LIBRERIA  TIKKUN - MILANO  -  Franco Rinaldi (mostra personale)

                       Presentazione di:  Riccardo Barletta
 

Torna alla galleria - Oltre il velario del sognoOLTRE IL VELARIO DEL SOGNO

Arturo Schwarz

I dipinti, globalmente intitolati “Oltre il velario del sogno “ erano appesi nelle sale. Arturo Schwarz li commentava, dinanzi al pubblico attentissimo, una dopo l’altra, mediante le varie foto a colori.

Io dirò subito per quale ragione l’ opera di Franco Rinaldi mi ha talmente interessato. Ed perchè ritrovo nell’ opera di Rinaldi due esigenze espresse da Andrè Breton nel primo manifesto del surrealismo. Esigenze che sono per me tuttora più valide che mai. La prima è questa, che un artista che meriti il nome di artista non ha più bisogno di cercarsi un modello esteriore. Insomma i tempi di Cézanne sono passati. E Breton diceva “il modello sarà un modello interiore o non sarà”. Nelle opere di Franco Rinaldi quello che troviamo sempre è l’espressione, la trasfigurazione, la trasmutazione di un modello interiore, come faceva notare adesso, pochi istanti fa, l’ amico Riccardo Barletta, quando ha parlato del “Limbo interiore”.

Io non adopererei la parola limbo perchè mi sembra avere dei connotati abbastanza negativi. Invece questo mondo interiore è un mondo fatto di contraddizioni, di antagonismi, di conflitti. Ma l’ importante è riconoscere che le polarità quando sono elevate, trascese a un punto tale, diventano da conflittuali a complementari; ed è ciò la seconda esigenza di André Breton, che gli faceva dire che il surrealismo dopo tutto non ha altro scopo che di conciliare le opposizioni, come per esempio quella tra il sogno e la vita reale, tra la vita e l’ arte, e così via.

Nelle opere di Franco Rinaldi io trovo sempre questa esigenza di superare, di trascendere le opposizioni, le polarità e il motivo dinamico; il motivo che struttura proprio l’ opera stessa. Pochi giorni fa, credo quindici giorni fa, c’ era un articolo di Gillo Dorfles molto bello sul Corriere della Sera . In cui egli notava che oggi mentre nel passato genio e talento si riconoscevano in un solo artista, oggi sempre più di frequente viene da notare che un artista che ha un enorme talento è totalmente incapace di produrre un’opera geniale, mentre un artista che è veramente geniale è totalmente incapace di produrre, di realizzare le sue idee, e di avere quindi talento.

Inutile che vi porti degli esempi; tutta l’ arte concettuale, minimale, sono degli esempi perfetti di artisti che sono geniali ma che non hanno assolutamente nessun talento. In Franco Rinaldi ho trovato invece un artista che ha sia talento che genialità e che le sa esprimere nelle sue opere. Si è parlato poco fa della bellezza da parte di Riccardo Barletta, ebbene io voglio dirvi quando e perchè un opera d’arte mi può colpire. Un’ opera d’ arte mi può colpire quando chi l’ha creata possiede tre qualità, e dove se una sola di queste qualità manca l’opera ( come direbbe Breton ) non esiste.

La prima qualità – e anche a questo ha accennato l’amico Barletta - è quella della sincerità. E ricordo la frase bellissima di Shakespeare che mette in bocca a Polonius quando dà un consiglio a suo figlio. Egli dice “con te stesso sii sincero e così, come alla notte segue il giorno, non potrai essere falso con nessuno”. Franco Rinaldi possiede al massimo grado questa necessità, questa volontà di essere sincero con se stesso e quindi di creare un’ opera d‘arte perchè non può farne a meno, perchè è una necessità interiore. E’ molto facile produrre delle opere tra virgolette d’ arte, seguendo delle mode, seguendo delle commissioni. Con Franco Rinaldi questo non esiste, l’ opera è sempre il risultato di una profonda e irrefrenabile esigenza interiore. Ma questo non basta. Questo non basta perchè voi mi potrete dire “ma anche un povero ospite di un istituto per malati mentali crea delle opere che sono frutto di una esigenza interiore. Che sono altrettanto sincere e che sono altrettanto frutto di un irrefrenabile volontà di esprimere un io interiore”.

Qual è quindi la seconda qualità che deve possedere un artista per poter far sì che io sia interessato alla sua opera ? E qui io mi ricollego al concetto che si aveva nel medioevo della parola “dottore”. Un dottore nel medioevo era qualcuno che portava un contributo decisivo alla conoscenza. Che creava qualcosa che mai prima era stato detto, o fatto, o creato. Ecco: un artista per me deve anche avere questa funzione e quindi allargare il mio panorama visivo e mentale. Se non riesce a far questo, non mi interessa; se non porta qualcosa di risolutamente innovativo per far sì che allarga veramente i miei orizzonti visivi e mentali… Allora, ecco, non mi interessa. A questo punto potrete dirmi : “ma anche il pazzo allarga i miei orizzonti visivi, mentali ! ”.

Allora ecco che subentra la terza qualità. Che è del tutto ineffabile e si può riassumere con una sola parola: poesia. Ecco, non basta essere innovatore, non basta creare per esprimere una profonda verità interiore, bisogna che questo prodotto sia anche messaggero di poesia. Deve anche avere un’ aurea poetica. Ed è ciò che io ritrovo nelle opere di Franco Rinaldi. Cioè questa carica intensa di poesia. Vi è un particolare che vi può sembrare di carattere secondario, ma che a mio parere non lo è per niente e cioè il titolo.

Ora il titolo di un’ opera può essere molto spesso di una importanza cardinale. Tanto che Marcel Duchamp, per esempio, diceva che il titolo è il colore verbale dell’opera e che senza il titolo l’ opera era incompleta. Ma lui spingeva questo a ragionamento talmente lontano che gli permetteva di dire che talvolta non bastava. Si riferiva al ready made, e voi sapete che il ready made è un oggetto comune scelto dall’ artista, elevato a opera d’arte, solo per il fatto di essere stato scelto dall’artista. Dunque Duchamp precisava che non bastava solo dare un titolo. Ma c’era un altro elemento che era di importanza cardinale: ed era quello di dare il titolo particolare a questo ready made. Al punto che quando nel 1916 Duchamp scelse come ready made il Woolsworth Building di New York disse: “dato che non ho trovato il titolo, non esiste nemmeno”. Quindi per lui la cosa era di tale importanza, che l’ opera che lui aveva scelto non esisteva neanche se non aveva il “suo” titolo. Che non era più il titolo evidente, quello non poteva essere un titolo pur avendone il titolo. Era solo “quel titolo” che doveva portarci a nuove regioni mentali .

Ed è ciò che fanno i titoli del nostro amico Franco Rinaldi. Vi è per esempio un quadro che si chiama L’ isola incantata. Qui ritroviamo un pochino tutte le filosofie del surrealismo, come si vede riassunto da Lautrémont nei suoi Canti di Maldoror, in cui accenna ad un certo punto dicendo “ma qui è un albero, un animale, un frutto, che comincerà il quarto canto ? ”. Voi andando a vedere questo quadro L’ isola incantata troverete un personaggio che potrebbe essere un albero, che potrebbe essere un frutto; potrebbe essere un animale; ma che non è nessuna delle tre cose; e coglie aspetti più virulenti di queste tre entità per creare una cosa nuova. E qui mi riferisco in questo caso a Pierre Reverdy. Che diceva che la bellezza di un immagine – egli parlava dell’ immagine poetica, ma l’ immagine figurativa non obbedisce a leggi diverse - è quella di riavvicinare due realtà apparentemente antagoniste e per le quali solamente la mente ha potuto indovinare i rapporti segreti. E più queste realtà saranno lontane, più sarà vibrante e forte la scintilla che scaturirà dal loro riavvicinamento.

E ciò che succede nelle opere di Franco Rinaldi. Questo mettere assieme, confrontare due o più realtà totalmente estranee le une alle altre, per far scaturire appunto questa scintilla che - per usare ancora un altro nome - è la bellezza; per usare ancora un altro nome, è poesia . Io vorrei ora commentarvi alcune opere esposte che mi sembrano particolarmente significative, sia per quanto riguarda quello che ho detto a proposito dei titoli, sia per quanto riguarda la conciliazione di realtà opposte, sia per quanto riguarda questa scintilla che scaturisce dal riavvicinare due realtà estranee le une alle altre.

Qui avete per esempio Il nido dei sogni. Già il titolo è una piccola poesia a sé, fatta da un solo verso, il nido dei sogni; e ricorda per esempio l’ importanza che hanno i sogni - non soltanto con Freud e Jung nella teoria - ma parlando a livello della cultura universale. L’ importanza, per esempio, che hanno i sogni per gli aborigeni australiani, in cui tutta la mitologia è basata sui sogni che possono avere una lucertola, un albero, un fiore e cosi via. Cosa che troviamo anche negli indiani dell’ America del Nord, e tra alcune culture tributarie dello Zen e del Tantra.

Il nido dei sogni. Il titolo come dicevo è gia una poesia di un solo verso, ma ha degli echi profondissimi in ciò che rappresenta veramente il sogno nel nostro inconscio collettivo. E, a questo proposito, mi piace ricordare una frase del Talmud, in cui dice che un sogno non interpretato è come una lettera non letta. Io vi invito ad interpretare questo sogno alla luce della vostra sensibilità, perché ognuno ne darà un’ interpretazione diversa, e saranno tutte valide.

In quest’ altro dipinto ( lo troverete nella sala ) abbiamo un titolo molto poetico. Si intitola Il vento dell anima. Ora anima, naturalmente, può essere presa nei due sensi: dell’ anima nel senso del vocabolario più corrente e dell’ anima nel senso in cui le aveva dato Jung. Voi ricorderete che per Jung siamo tutti dal punto di vista psichico androgini; e cioè che in ogni uomo c’è l’ immagine primordiale archetipica del femminile - che lui chiamava appunto anima - e in ogni donna c’è l’ immagine archetipica dell’ uomo, del maschile - che lui chiamava animus .

A me piace vedere in questo quadro qui “ il vento dell’ anima”. Il cui titolo è già di nuovo secondo me una poesia composta di un solo verso - questo accoppiamento di anima come il femminile e il vento come elemento creatore. Sappiamo che all’ inizio, secondo i racconti sia biblici che della maggior parte della tradizione esoterica, la vita nasce dal vento. Dal respiro. Ruah, in ebraico. Lo troverete nel quarto e quinto verso, mi pare, della Genesi, anzi più avanti, quando si parla dell’ uomo e della creazione dell’ uomo. E Dio insufflò nelle narici dell’ uomo la vita sotto forma del suo respiro, del vento, ruah. Qui nel dipinto c’è l’ accoppiamento della donna, dalla quale nasce la vita, con la creazione, il ruah. Queste forme qui ricordano entrambi i principi, sia maschile che femminile, in modo molto poetico: le curve, l’ ondulazione, le ombre che ricordano il femminile, come così il maschile questa rigidità fallica dell’ elemento centrale.

Quest’altro dipinto qui si intitola Il paesaggio felice. Non so perchè mi fa venire in mente l’ inno alla gioia di Beethoven. E’ veramente un paesaggio felice, si sente questa felicità ed è una felicità che scaturisce. E qui devo fare nuovamente una citazione da Baruch Spinoza. La cui grandiosa visione olistica faceva sì che per lui non c’era uno iato, una separazione, tra creatore e creatura. Lui parlava della natura “naturante” e della natura “naturata”. Un po’ come la pensava Eraclito. Quando diceva che gli dèi sono uomini immortali, mentre gli uomini sono dei mortali. Anche lì non c’era questa spaccatura tra il creatore e la creatura. Qui nel dipinto abbiamo un paesaggio che è un po’ una forma, quasi panteistica, del paesaggio che è attraversata da esseri che volano attraverso di esso, e che ricordano quella concezione monistica in cui l’ essere e il paesaggio sono un tutt’ uno. Come secondo Spinoza: noi stessi facciamo parte integrante dell’ universo e siamo una goccia di questo universo.

Vi è un altro quadro, che mi pare molto interessante. La corsa tra i sogni. Di nuovo troviamo i sogni. Di nuovo vi rimando a quello che si è detto poco fa, l’ importanza del sogno. Titolo che si potrebbe anche leggere la corsa “dei” sogni, perché una corsa tra i sogni implica che questi sogni sono delle realtà, anche a livello fisico. E’ quindi ancora questa concezione panteistica e animistica che dà la vita a ogni cosa, che è espressa qui in modo molto pacato e nello stesso tempo molto profondo.

Sempre per tornare allo stesso concetto, c’è quest’ altro quadro che si intitola I fiori della notte. In cui di nuovo non si capisce se è la notte che produce dei fiori, o se essa stessa è un fiore, oppure se sono i fiori che nascono durante la notte. Ma il “della” del titolo indica un rapporto proprio da causa ad effetto; quindi sono i fiori che fa crescere la notte. E di nuovo abbiamo questa concezione olistica, che fa sì che la notte e i fiori sono una sola cosa, come la madre e il figlio.

Questo è un quadro abbastanza sconvolgente L’isola che appare. Appare un isola che è mostruosa. E qui mi vengono in mente le parole di Walter Benjamin quando parla nelle dieci Tesi sulla filosofia della storia, e dice “il progresso ci spinge avanti, davanti a un cumulo di macerie che esso stesso produce.” Ecco la meccanizzazione della vita, la robotizzazione della vita, mi sembra espressa in questo quadro L’ isola che appare. Che fortunatamente non è ancora apparsa. Che appare o forse che apparirà. Con estrema crudeltà è qui rappresentata.

Il sogno è un tema dominante. E questo qui è di nuovo un quadro che ha un titolo brevissimo e lapidario. Il cerca sogni. Voi immaginate una persona che cerca i sogni. Ora, quando ero negli Stati Uniti, ho visitato l’ Arizona; io ho comperato una cosa che mi sembrava stranissima. Era un piccolo cerchio fatto con una cosa leggerissima e con delle cose che pendevano nell’ interno: si chiamava la “trappola dei sogni”. Questo piccolo oggetto che non costa quasi niente, fatto dagli indiani Navaho o dalle altre tribù e che si compra nelle riserve indiane. E qui, nel dipinto, ecco che avete uno che va alla ricerca dei sogni. Il Cerca Sogni. E’ ancora più commovente…

Vi parlavo prima di animismo e di concezione olistica. Paesaggio della grande Nube. Ora su quest’ opera ritorniamo in un modo eclatante a questo concetto della complementarietà del maschile e del femminile. Voi sapete che una nube è formata da particelle d’ acqua sospese nell’ aria, quindi praticamente è l’ unione dell’ aria e dell’ acqua. E cioè il principio maschile, l’aria, principio uranico, e l’ acqua, il principio femminile, ctonio. Ora, codesto paesaggio in esame riporta questa realtà androgina alla terra. La grande terra. La Grande Madre terra. Per darci questa immagine qui: dove di nuovo abbiamo un cielo con altri elementi, dove di nuovo ritroviamo elementi fortemente contraddistinti dal maschile e dal femminile. E’ intitolato “il paesaggio della grande nube”. Anche qui mi sembra una poesia di un solo verso. Immaginate una nube che è un paesaggio che contiene in sè un paesaggio terrestre. E’ un’ idea veramente molto bella, che esprime anche una profondissima fusione interiore. Che è quella di cui prima parlava Breton. Che è quella di conciliare delle realtà polari, trascendendole a un livello tale per cui non diventano più antagonistiche ma complementari.

Altro dipinto. Qui ora abbiamo Il grande traditore della notte. Anche qui la notte è vista come un personaggio, come un essere che può essere tradito. C’ è questa pulsione animistica in tutta l’ opera di Franco Rinaldi, che fa vivere come entità indipendenti e dotate di una vita psichica autonoma, anche le nubi, le pietre e anche qualsiasi cosa. E qui egli può ben intitolare quest’altro quadro qui, Il grande traditore della notte. Forse perché questo animale uccello sembra volere uccidere con il suo becco appuntito la notte, prenderla a sorpresa da dietro. Ma io non voglio azzardare una interpretazione talmente letteraria delle forme...

Bisogna che ognuno che guardi questo quadro, lasci evocare in sè ciò che il quadro possa evocare. Perchè ognuno darà un’ interpretazione diversa dell’opera. Insomma un diamante, a secondo dell’ angolo in cui lo si vede, diventa o rosso, o blu o giallo: tutti i colori. Ma nessuno di coloro che ha attribuito un colore al diamante ha detto il vero o ha detto il falso. Hanno tutti ragione, perché effettivamente si può vedere sotto tanti angoli diversi lo stesso oggetto.

Questa nuova opera è La montagna di Prometeo. Anche qui la montagna non è più una cosa passiva, diventa viva, diventa un elemento della tortura di Prometeo. L’ avvoltoio torturava Prometeo. Ma è la montagna stessa che si rompe, si scinde in più parti. Anche qui c’è la volontà di dare una vita autonoma alla montagna, di far sì che diventi una entità dotata di vita e di emozioni proprie.

E per finire questo quadro qui. Esso mi sembra riassuma un po’ tutta la filosofia del logos e della prassi di Franco Rinaldi. La cercatrice di sogni. Prima avevamo visto il cercatore, in una notte lontana. Ecco qui la notte incomincia a diventare un essere che è lontano. E per poterla raggiungere e trovare i sogni, diventa una cosa che è veramente ardua; come la vita stessa; come la via all’individuazione, alla ricerca del Sé. Perchè quello che mi sembra di vedere nell’ opera di Franco Rinaldi è una continua ricerca dell’ Io più profondo. La volontà di obbedire a questa ingiunzione che si trovava sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, e che diceva “Conosci te stesso”.

Ma questa non è una ingiunzione di carattere platonico. Conoscere te stesso per una ragione ben precisa: perchè ci rendiamo conto che questo mondo va cambiato; ma non potremo mai cambiare il mondo, se prima non cambiamo noi stessi, e non potremo mai cambiare noi stessi, se prima non ci conosciamo. E’ questa la funzione vitale che c’è nell’ opera di Franco Rinaldi. Quella volontà di conoscere sé stessi per poter trasformarsi e trasformare il mondo, di cui lui ci offre dei paesaggi rubati ai suoi sogni.

                                                                                                                                                                                                                                                      ( Trascrizione della presentazione di Schwarz a cura di Riccardo Barletta)