Franco Rinaldi                                                           Mostra personale
                           ... la mia vita per l'arte

 

     Mostra personale:
 
   Galleria AAB - Brescia
     Giovani presenze - 1994


    










     Brescia - Galleria AAB

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presentazione di:

Renzo Margonari

OLTRE

Le immagini elaborate in questi ultimi anni da Franco Rinaldi rappresentano una dimostrazione di come quella particolarità dell'invenzione iconografica che s'avvale della sorpresa e dell'imprevisto oltreché della meraviglia - ma non di solo questo é nutrita - che genericamente denominiamo col termine ambiguo e polivalente di Fantastico trovi in ogni tempo un modo per riaffermarsi e riaffiorare a margine delle ricerche figurative più eteroclite e anche estreme rispetto alle forme con le quali si manifesta l'attualità culturale in ambito figurativo od anche trasversalmente ad esse.
Fantastico, infatti, si trasforma e sopravvive alle contingenze, innovazioni e negazioni, alle restaurazioni, come affermò negli scritti e nell'opera dipinta Guido Biasi, non sufficientemente ricordato. E vi sono sempre autori interessati a esplorare questa possibilità poetica risentendo il fascino delle precedenti ricerche affini. Mi chiedo se ciò non si debba anche al fatto che il Fantastico trova immancabilmente forme belle enunciandosi all'interno delle varie problematiche e dei tempi che attraversa: in altre parole non conosco autori in questa particolare e ritornante espressione della sensibilità poetica che vedano utile o funzionale elaborare immagini di non preziosa, insomma di non elevata qualità estetica: un'opera d'arte fantastica é sempre ben eseguita. Così io considero i dipinti di Rinaldi che, posso dire, s'annuncia tra le voci più incisive e nuove dell'arte bresciana d'oggi, e una voce con un'estensione, tra le pochissime nell'arte nuova di questa città, che gli consentirà udienza ben più ampia. E’ possibile, ancorché del tutto pretestuoso ma non inutile, rammentare la pittura di Konrad Klaphek perché ha caratteristiche simili a quella di Rinaldi. Le sue celeberrime macchine da scrivere (evocanti il padre e l'autorità) e le macchine da cucire (immagini delle vergini e delle vedove) furono salutate da André Breton e dai suoi seguaci benché non rappresentassero alcunché di visionario o specificamente surreale. Klaphek sostiene: " ... non utilizzo le cose in quanto simboli, ma le dipingo meglio che posso e mi lascio sorprendere da ciò che hanno da dire... Le mie armi principali sono l'humour e l'esattezza". In alcuni casi anche René Magritte ha fatto dichiarazioni simili. L’esattezza e l'humour sembrano connaturati all'espressione fantastica; sono anche due evidenti caratteristiche delle immagini di Rinaldi, egli pure pittore d'oggetti. Ma si tratta di oggetti dei quali l'artista ha già inteso "quello che hanno da dire". Le sue rappresentazioni non figurano "macchine celibi" ma idee sulla vita e il senso della forma degli oggetti, come avesse potuto intravedere, oltre il manichino dechirichiano, un secondo aspetto, quello nascosto, l'altra personalità, delle cose. E in tale modo queste forme si presentano enucleate da ogni contesto ambientale, sono protagonisti sotto teca, disposti come sul tavolo di un disegnatore tecnico e "oggetti misteriosi" il cui utilizzo non é ipotizzato; allora sono anche "oggetti inutili" ma si affermano quali presenze cariche di significati arcani, emozionanti e inquietanti, si prestano alle identificazioni. A volte circonfuse da algide aureole, in altre irte di aculei, dall'aspetto di forcipi o forche, sonde, bisturi e coppette, attrezzi per stravaganti pratiche chirurgiche, con morfologie tra vegetale e meccanico, oppure vagamente antropomorfe o zoomorfe, da strumenti musicali sconosciuti, maschere rituali e mortuarie di civiltà dimenticate, aliene... Oggetti la cui possibile interpretazione psicologica e sessualistica é stata puntualmente identificata da Riccardo Barletta. Queste forme -non fosse per il turgido plasticismo talvolta filiforme che sovviene la scultura di Melotti - potrebbero essere intese anche come ricalchi da indecifrabili incisioni rupestri preistoriche ispirate a ignote ritualità. Le stesse tematiche Rinaldi sviluppa con una interessante e folta produzione di xilografle, impiegando una tecnica - la diretta incisione del legno- che, infatti, é tra le più arcaiche. E si osserverà pure che hanno un modo grazioso e fermo di disporsi nello spazio che le ospita, senza causare vuoti, squilibri o scompensi. Immagini composte secondo una rara attenzione strutturale che le evidenze al punto da renderle personaggi. Questi quadri possiamo considerarli ritratti di oggetti disposti su fondali di misteriosi spazi la cui profondità non é commisurabile. La nostra epoca si caratterizza, nel mondo occidentale, per un travolgente sviluppo tecnologico che viene utilizzato ma non compreso nei suoi intimi meccanismi: pochi sanno, ad esempio, come funziona un calcolatore elettronico benché moltissimi ne facciano uso. t, conseguentemente, l'impero dei simboli, delle convenzioni segnaletiche, dei cosiddetti "riflessi condizionati" alle sollecitazioni delle strumentazioni la cui natura s'ignora ma d'uso comune, a sostituire la consapevolezza originando un atteggiamento di sudditanza totemica, e acritica fiducia nella macchina. Le figurazioni di Franco Rinaldi, in gran parte con natura ferrigna, significano, forse, questa condizione di nuova barbarie nella quale l'uomo é separato da sé nell'incomprensione del proprio stesso progetto tecnologico, circondato da oggetti totem che, in fondo, gli sono estranei, dai quali, anche, si sente minacciato, lo rendono inquieto, e che raramente può denotare dall'aspetto. Nell'aureo saggio "L'uomo e i suoi simboli" Carl G.Jung raccomanda d'interpretare con una distinzione tra simboli "naturali"e simboli "culturali". Ma c'é un punto, individuato già dai surrealisti, dove ogni contrapposizione é superata, e in quest'ambito si manifesta l'interrogativo tra ludico e angoscioso posto dall'attrezzistica fantastica di Rinaldi.

Renzo Margonari