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Presentazione di:
Renzo Margonari
OLTRE
Le immagini elaborate in questi ultimi anni da Franco Rinaldi
rappresentano una dimostrazione di come quella particolarità
dell'invenzione iconografica che s'avvale della sorpresa e
dell'imprevisto oltreché della meraviglia - ma non di solo questo é
nutrita - che genericamente denominiamo col termine ambiguo e
polivalente di Fantastico trovi in ogni tempo un modo per
riaffermarsi e riaffiorare a margine delle ricerche figurative più
eteroclite e anche estreme rispetto alle forme con le quali si
manifesta l'attualità culturale in ambito figurativo od anche
trasversalmente ad esse.
Fantastico, infatti, si trasforma e sopravvive alle contingenze,
innovazioni e negazioni, alle restaurazioni, come affermò negli
scritti e nell'opera dipinta Guido Biasi, non sufficientemente
ricordato. E vi sono sempre autori interessati a esplorare questa
possibilità poetica risentendo il fascino delle precedenti ricerche
affini. Mi chiedo se ciò non si debba anche al fatto che il
Fantastico trova immancabilmente forme belle enunciandosi
all'interno delle varie problematiche e dei tempi che attraversa: in
altre parole non conosco autori in questa particolare e ritornante
espressione della sensibilità poetica che vedano utile o funzionale
elaborare immagini di non preziosa, insomma di non elevata qualità
estetica: un'opera d'arte fantastica é sempre ben eseguita. Così io
considero i dipinti di Rinaldi che, posso dire, s'annuncia tra le
voci più incisive e nuove dell'arte bresciana d'oggi, e una voce con
un'estensione, tra le pochissime nell'arte nuova di questa città,
che gli consentirà udienza ben più ampia. E’ possibile, ancorché del
tutto pretestuoso ma non inutile, rammentare la pittura di Konrad
Klaphek perché ha caratteristiche simili a quella di Rinaldi. Le sue
celeberrime macchine da scrivere (evocanti il padre e l'autorità) e
le macchine da cucire (immagini delle vergini e delle vedove) furono
salutate da André Breton e dai suoi seguaci benché non
rappresentassero alcunché di visionario o specificamente surreale.
Klaphek sostiene: " ... non utilizzo le cose in quanto simboli, ma
le dipingo meglio che posso e mi lascio sorprendere da ciò che hanno
da dire... Le mie armi principali sono l'humour e l'esattezza". In
alcuni casi anche René Magritte ha fatto dichiarazioni simili.
L’esattezza e l'humour sembrano connaturati all'espressione
fantastica; sono anche due evidenti caratteristiche delle immagini
di Rinaldi, egli pure pittore d'oggetti. Ma si tratta di oggetti dei
quali l'artista ha già inteso "quello che hanno da dire". Le sue
rappresentazioni non figurano "macchine celibi" ma idee sulla vita e
il senso della forma degli oggetti, come avesse potuto intravedere,
oltre il manichino dechirichiano, un secondo aspetto, quello
nascosto, l'altra personalità, delle cose. E in tale modo queste
forme si presentano enucleate da ogni contesto ambientale, sono
protagonisti sotto teca, disposti come sul tavolo di un disegnatore
tecnico e "oggetti misteriosi" il cui utilizzo non é ipotizzato;
allora sono anche "oggetti inutili" ma si affermano quali presenze
cariche di significati arcani, emozionanti e inquietanti, si
prestano alle identificazioni. A volte circonfuse da algide aureole,
in altre irte di aculei, dall'aspetto di forcipi o forche, sonde,
bisturi e coppette, attrezzi per stravaganti pratiche chirurgiche,
con morfologie tra vegetale e meccanico, oppure vagamente
antropomorfe o zoomorfe, da strumenti musicali sconosciuti, maschere
rituali e mortuarie di civiltà dimenticate, aliene... Oggetti la cui
possibile interpretazione psicologica e sessualistica é stata
puntualmente identificata da Riccardo Barletta. Queste forme -non
fosse per il turgido plasticismo talvolta filiforme che sovviene la
scultura di Melotti - potrebbero essere intese anche come ricalchi
da indecifrabili incisioni rupestri preistoriche ispirate a ignote
ritualità. Le stesse tematiche Rinaldi sviluppa con una interessante
e folta produzione di xilografle, impiegando una tecnica - la
diretta incisione del legno- che, infatti, é tra le più arcaiche. E
si osserverà pure che hanno un modo grazioso e fermo di disporsi
nello spazio che le ospita, senza causare vuoti, squilibri o
scompensi. Immagini composte secondo una rara attenzione strutturale
che le evidenze al punto da renderle personaggi. Questi quadri
possiamo considerarli ritratti di oggetti disposti su fondali di
misteriosi spazi la cui profondità non é commisurabile. La nostra
epoca si caratterizza, nel mondo occidentale, per un travolgente
sviluppo tecnologico che viene utilizzato ma non compreso nei suoi
intimi meccanismi: pochi sanno, ad esempio, come funziona un
calcolatore elettronico benché moltissimi ne facciano uso. t,
conseguentemente, l'impero dei simboli, delle convenzioni
segnaletiche, dei cosiddetti "riflessi condizionati" alle
sollecitazioni delle strumentazioni la cui natura s'ignora ma d'uso
comune, a sostituire la consapevolezza originando un atteggiamento
di sudditanza totemica, e acritica fiducia nella macchina. Le
figurazioni di Franco Rinaldi, in gran parte con natura ferrigna,
significano, forse, questa condizione di nuova barbarie nella quale
l'uomo é separato da sé nell'incomprensione del proprio stesso
progetto tecnologico, circondato da oggetti totem che, in fondo, gli
sono estranei, dai quali, anche, si sente minacciato, lo rendono
inquieto, e che raramente può denotare dall'aspetto. Nell'aureo
saggio "L'uomo e i suoi simboli" Carl G.Jung raccomanda
d'interpretare con una distinzione tra simboli "naturali"e simboli
"culturali". Ma c'é un punto, individuato già dai surrealisti, dove
ogni contrapposizione é superata, e in quest'ambito si manifesta
l'interrogativo tra ludico e angoscioso posto dall'attrezzistica
fantastica di Rinaldi.
Renzo Margonari
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