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Presentazione di:
Riccardo Barletta
Una "Metallurgia"
come iperrealismo dell'anima
1. La frase di Thomas Mann è perfettamente aderente al lavoro
condotto negli ultimi tempi da Franco Rinaldi. Essa mette a fuoco
tre cose. La prima è la ricerca delle "basi primordiali"
dell'umanità. La seconda è la necessità di raggiungerle attraverso
uno scavo profondissimo. La terza è che esse basi si rivelano oscure
e insondabili, tanto lontane si trovano rispetto a noi. Ciò
nonostante l'uomo d'oggi non può fare a meno di ricuperare queste
sue basi, dato che altrimenti tutta la sua esistenza psicologica
rimarrebbe incerta, instabile. Più ci inoltriamo nell'esistenza
catafratta delle nostre dilaganti tecnologie, maggiore è in noi la
insopprimibile "sete dell'origine". Rispetto a un presente sempre
più indagato da telecamere, computers, laser e tutt’altro, noi
sentiamo il richiamo di tuffarci nel "buco nero" del primordio
dell'umanità. Un viaggio al confine con la vertigine della storia.
2. Pur giovane, Franco Rinaldi ha già un suo notevole iter artistico
alquanto impegnato e sofferto. Iniziò, una decina di anni fa, con un
apprendistato accanito sulle icone di Sironi, De Pisis, Carra', De
Chirico, come per avvicinarsi ad alcuni padri nostrani; pochi anni
dopo i suoi padri putativi sono stati Matisse, Leger, Picabia,
Duchamp, i cui materiali di costruzioni gli hanno offerto una
meditazione e una sperimentazione libera, ma ben strutturata, su un
filone mitico simbolico. Nella sua tematica emergevano figure
aniconiche e ignude, viste come qualcosa di archetipico e di
monumentale caratterizzate da un plasticismo e cromatismo un pò
ridondante, adatto alle affabulazioni. Fino a questo momento Rinaldi
era stato attratto a un risvolto mitico della realtà, in cui
prevaleva la narrazione e la fantasticazione, seppure per immagini.
Nella terza fase del suo procedere, Rinaldi si emancipò dai maestri
vicini e lontani dell'arte moderna, sentì l'influsso della
contemporanea transavanguardia, tuttavia controllando le sue
pulsioni dal punto di vista costruttivo e formale.Il passaggio lo
portò dal mitico all'arcaico. Mentre il mitico è legato alla parola
, l'arcaico è un flash sul senza tempo, quindi è anteriore alla
parola. Una trivellazione profondissima nel mondo infero del
passato, per dirla con Thomas Mann. Proprio detta condizione infera
fece cambiare la tavolozza di Rinaldi che, da sgargiante e rutilante
che era, venne impostata su colori neutri e allontananti, grigi e
bruni sviluppati su tonalismi talora duri o espressivamente smorti.
Le grandi figure ignude e monumentali sparirono, per lasciare il
posto a cieche ovalità, maschere teste dalla presenza lancinante,
talvolta con più serie di occhi sovrapposti, e per bocca una
spirale. A questa riduzione della figuralità umana si contrappose il
sopravvenire, iterato con molto garbo, di simboli-archetipi: la
montagna sacra, la ziggurat, l'albero, la freccia, il disco astrale,
e infine il fuoco alitante, bianco nella sua massima intensità.
Tutto ciò veniva inquadrato in una formatività che si sostanziava
rispetto a contenuti profondi: il collegamento ai valori sacrali
delle forme del cerchio, della vulva, del quadrato. Con
superficialità, qualcuno vide questa produzione di Rinaldi come
influenzata dal lavoro di Palladino. Si trattava invece di un "limbo
archetipologico". La situazione in cui si realizzava una
regressione, stilisticamente raffinata, verso simboli di forte
portata magica. Rinaldi si rapportava emotivamente all'arte negra
(della quale e' anche appassionato collezionista), in cui trovava in
esclusiva tutta una unità plastica e un silenzio interiore,
altrimenti non ricuperabili nella nostra cosiddetta civiltà.
L'arcaico parlava così attraverso le suggestioni cromatiche del
color bruno e grigio e nero, i cui toni freddamente sommessi
conducevano lo spettatore a una remota naturalità inaccessibile.
Talora trasparenze azzurrine e fioccosità del colore, simili a
incandescenze endopsichiche, spostavano l'asse emotivo su piani più
leggeri. La sacralità dell'arcaico era comunque costantemente
presente, in questa ricerca pittoricamente sempre molto meditata.
3.
Veniamo ora alla presente mostra. La descrizione dell'evoluzione
tematica di Rinaldi, sin qui delineata risulta necessaria per
comprendere l'ulteriore stadio espressivo. Egli si poteva fermare
all'archetipologia, in cui vari simboli arcaici venivano uno dopo
l'altro sulla scena. Si trattava solo di farla evolvere sul piano
della maniera, sviluppandola e focalizzandola vieppiu' nei singoli
istituti simbolici. Questo limbo aveva delle dolcezze accattivanti e
morbide, sia nel gioco tonale sia nei punti in cui era più
sollecitata la numinosità dell'immagine. Rinaldi, coraggiosamente,
ha voluto invece proseguire la sua perforazione nel profondo
dell'arcaico.Attratto dalla misteriosità del pozzo del passato, è
per così dire penetrato più all'interno della realtà terrestre. Dal
limbo è passato a una dimensione ctonia, infera. Basti notare che i
recenti dipinti mostrano tutti una atmosfera, un habitat tenebroso.
Si tratta di un diffuso corrusco verde, maculato di umori scuri e
solo ravvivato da bagliori gialli. Uno spazio chiuso e compatto,
senza aperture, senza piani di base e elementi di sfondo. Dentro
questo spazio indefinito appaiono via via degli strani oggetti; e si
tratta come se essi fossero infilati ognuno nella profondità
terrestre, anonima, inospitale, fredda, cattiva. Fin qui niente di
particolare; dove invece Rinaldi mostra tutta la sua originalità è
nella tipologia e nella morfologia degli oggetti che ci esibisce. In
dipinti quasi tutti di grandi dimensioni, divenuti monumentali tali
oggetti assumono sempre un carattere intimamente minaccioso. Di che
si tratta? In sintesi si può definirli "Metallurgia sadomasochistica".
Analizziamoli nella loro realtà formale. Anzitutto essi sono
costituiti di una materia ferrigna, nuda e scabra, dura e
affusolata. La loro forma è sempre irrazionale, talchè non possono
essere mai assimilati ad oggetti esistenti (anche se alcune loro
parti possono talvolta ricordare strumenti, elementi tubolari,
aspetti di macchine). La loro morfologia può in particolare
richiamare aspetti ossei o di natura (gemme, spine, ecc.), Ma la
prevalente natura ferrigna si propone imperativamente nel colore
scuro, reso ancor più violento dai bagliori taglienti della luce che
ne coinvolge le zone arrotondate o appuntite. Nell'insieme, oggetti
inamabili: la cui morfologia e' data dalla commistione di aculei,
forme scalari, elementi vulvo-fallici, griglie dentate, gruccie,
becchi, spatole puntute. Tutto un armamentario carico di aspetti
collegati all'idea di minaccia, di tortura e di terrore. Tuttavia il
sado-masochismo intrinseco che li contrassegna è strutturalmente
esibito con abile scioltezza e crudo realismo, senza mai alcun
compiacimento. Ciò che colpisce è l'aspetto magico di tali oggetti e
la loro forza spaziale nel proporsi allo spettatore, non essendo
paragonabili a nulla di esistente. Qualche dipinto di Rinaldi
presenta anche delle forme più "architettoniche"; ma questo filone
tematico non e' stato finora da lui portato avanti come quello
sado-masochistico. Dato che, per la produzione di Rinaldi si tratta
di opere concise, antiretoriche, forti - quindi con una loro
intrinseca bellezza - ci si domanderà che cosa significhino e come
vadano inquadrate.4. Il primo punto da delineare è quello del
sado-masochismo degli oggetti inventati dall'artista bresciano.
Detto carattere va collegato alla pulsione di morte, individuata da
Freud, e sempre presente in ogni processo vitale. Nell'immaginario
prodotto da Rinaldi questa pulsione è collegata a una visione
"metallurgica". Non si può allora negare che la crisi del mondo
industriale, congiunta al pericolo di disastro ecologico, è cosa
ormai da tutti esperita. Nei dipinti, i fondi verdastri maculati di
umori scuri ne sono una metafora. D'altro canto la numinosità
giallastra, che fa da alone agli oggetti minacciosi, è un
avvertimento riflettente un'assenza maligna e nefasta. Oltrepassata
questa osservazione generale, ci possono soccorrere l'iconologia e
gli studi sul mito. Anzitutto va detto che Rinaldi, nei suoi dipinti
degli ultimi anni, sta ricuperando una serie di immagini e simboli
alchemici, che il suo inconscio gli offre per la loro
identificazione visuale. Tra questi, tipico simbolo, e' quello della
pietra sagomata come un cristallo, nascosta nelle viscere della
terra (un esempio è il dipinto Alchimie dell'anima). Detto simbolo
rimanda a quello della pietra genitrix e al concetto della terra
mater, esattamente focalizzati da Mircea Eliade nel suo volume Arti
del metallo e alchimia (Boringhieri editore 1980). Nel medesimo
libro viene analizzata sia la sessualizzazione degli utensili, sia
la concezione embriologica dei minerali, elementi entrambi presenti
nella iconografia di Rinaldi. Non si tratta, ovviamente, di
casualità, bensì di ricuperi mitopoietici provenienti da bisogni
profondi d'ordine generale, che trovano nell'artista il mezzo
sensibile per cui ritornino a galla, dopo essere stati nascosti per
lunghissimo tempo nell'oceano dell'inconscio collettivo. Detto
ricupero avviene anche per la possibilità di aversi una congiuntura
favorevole. Nel caso di Rinaldi, "l'arcaico metallurgico" ha
effettivamente un terreno di coltura limitrofo all'artista. Non si
dimentichi l'importanza tuttora presente, dell'industria
metallurgica del Bresciano, risalente nel passato fino ai Camuni.
Altro elemento legato alla cultura locale, è il fattore repressivo
del sadomasochismo (si ricordino dipinti chiesastici come il San
Sebastiano, il Sacro Cuore trafitto dalla corona di spine, e altri
temi) di larga provenienza cattolica controriformistica. Ritornando
all'elemento mitico, va aggiunto che il ferro era considerato di
origine ctonia e infernale; metallo profano era simbolo della forza
dura, oscura e impura. La civiltà egizia lo aborriva, perchè
identificato con le ossa di Seth, divinità delle tenebre, mentre gli
Ebrei proibirono persino strumenti in ferro nella costruzione del
tempio di Salomone. Tutte queste notizie stanno a testimoniare, in
un giovane artista contemporaneo una sensibilità rabdomantica nel
sapersi ricongiungere inconsciamente a valori del passato, che
sembravano perduti. Tutto ciò valorizza l'operazione pittorica, la
cui invenzione non si dimostra sollecitata mai da pura moda.
Certamente Franco Rinaldi si pone in quell'arco di artisti - tanto
per far nomi da Marcel Duchamp a Conrad Klapheck - intenti e attenti
alla metamorfosi dell'oggetto, come metodologia di rivelazione di
una nuova condizione umana. Detto transfert oggettuale libera
sicuramente dal feticismo corrente per l'oggetto metallurgico.
D'altro lato i metalli, in quanto simboli di energia, sono stati
assimilati da Yung alla libidine. Infatti il loro carattere
sotterraneo li associa ai desideri sessuali, la cui sublimazione si
può peraltro assimilare alla trasmutazione del più vile metallo in
oro puro. In altre parole, per Franco Rinaldi, l'attuale visione
metallurgica su un metallo volgare come il ferro non è altro che una
tappa sulla via dell'individuazione, che alchimisticamente passa dal
rame, al bronzo, all'oro. Fuor di metafora si tratta di una catena
di interiori trasmutazioni. Stilisticamente parlando, alcuni
potranno accostare questi intensi dipinti al surrealismo o ad alcune
sue propaggini. Preferisco parlare di iperrealismo dell'anima.
L'iperrealismo dell'oggetto tende a radicalizzare all'eccesso la
visione epica, eliminando emozione e sentimento, rendendo tale
oggetto per così dire "iperfotografico". Quello che ho denominato
"iperrealismo dell'anima" cerca coraggiosamente un vero impossibile:
rendere tattili e iperdefiniti i fantasmi simbolici della nostra
evoluzione psichica. E' appunto il compito assai arduo al quale
incisivamente Franco Rinaldi si è accinto.
Milano, 14 gennaio 1991
Riccardo Barletta
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