14) Visita all’officina di un pittore
alchemico
Chi ha letto fin qui questo
saggio ha avuto una vera iniziazione nel regno delle tenebre, nel senso che
ha dovuto non solo seguire un iter pittorico, ma anche correre dietro il
filo rosso delle pulsioni dell’inconscio: seguire la pluralità degli aspetti
del mondo in parallelo alle pluralità di archetipi interagenti, scavalcando
i parametri dello spazio-tempo. Effettuando una zigzagante circumambulazione
nel mondo delle immagini, là dove lo Spirito Profondo riesce a ricollegarsi
allo Spirito del Tempo, come si è visto per le donne in burqa. Avuta questa
iniziazione, il lettore potrà visitare l’officina del pittore alchemico,
risalendo alla superficie diurna dal regno delle tenebre. L’irrazionale
dell’inconscio per inciso non è “totale”, ma ha una sua differente logica.
Il primo aspetto del lavoro di Rinaldi sono i titoli che accompagnano le
opere. Anzitutto vi ricorrono le indicazioni di parole-archetipo, come la
montagna, il lago, l’angelo, l’isola, il bosco, il sole, il mare, e altre.
Poi vi appaiono i “personaggi”, sempre differenziati. Essi oltre ad avere
una eco poetica, letteraria, sono sempre proiezioni dell’autore stesso, che
vi si identifica: il poeta, il musico, il taumaturgo, l’orante, il
cavaliere, il seminatore, il fuggiasco, ed altre figure emblematiche. Tra
questi personaggi svettano anche entità di tipo mitologico, quali Pegaso,
Leda, Prometeo, Ulisse, Diana; in parallelo subentrano personaggi entrati
nel mito della cultura contemporanea, come Vincent Van Gogh, Franz Kafka;
oppure di tipo storico, come Giuda, Costantino. Tutto ciò – avendo il titolo
un riferimento a un magazzino di valori etici o ideali comuni – potenzia le
immagini dato che sono sempre assai di tipo estraniante. Ma tale
potenziamento avviene ancor più con l’iterazione di alcune parole “magiche”.
Eccole: incanto, mistero, sacro, lacrima, antico, silenzio, che trasportano
lo spettatore al di fuori del mondo consueto. Ulteriore effetto-eco viene
dall’iterazione della parola sogno e anche ricordo, veri cardini di ogni
viaggio pittorico in un “mondo altro”. A rafforzamento l’artista addita nei
suoi titoli i tanti professionisti questi viaggi: “portatore di sogni”,
“cercatore di ricordi”, “uomo dei sogni”, “naufrago del sogno”, “poeta dei
sogni”, “trampoliere dei sogni”, “seminatore dei sogni”. Anche in questo
caso, circa questi protagonisti emblematici, siamo dentro a un effetto di
proiezione. Altre denominazioni similari: “il grande traditore della notte”,
“il grande assente”, “il pifferaio magico”, “il guardiano del buio”. Entità
sfumate nel mistero. Quanto sopra mostra una componente affabulatoria, come
a raccontare una fiaba visiva ai propri spettatori. A questo punto va
additata l’origine di tale comportamento. L’imprinting avvenne
istintivamente nel primo periodo pittorico, allorché il nostro fu
affascinato da de Chirico, e dovette affastellare come il suo maestro ideale
una confusione di figure e cose, in un bric à brac da sottoscala dei
ricordi. Si trattava, quella, di una pura “spinta all’indietro”. Viceversa
divenne una “spinta dentro”, una autoanalisi iconica, allorché
l’introspezione verso gli archetipi lo portò a immaginare visioni con figure
prigioniere di cromatici paesaggi tellurici. Lo stacco psichico. È il
periodo che più sopra abbiamo chiamato dell’albedo, che segna una linea di
confine. È infatti una salita sul monte Athos, per meditare nel vuoto
incorporeo, per fortificarsi le fibre percettive onde cercare di diventare
un guru. È solo da qui, avvenuta una specie di purificazione, che potè
partire l’ultima ormai lunga fase del viaggio fino a noi. Rinaldi diventa
allora un esploratore enciclopedista. Dentro gli inferi della natura
artificiale, che studia pur essendone attratto, puntualizza i diversi
aspetti, sottoposti alla dura condanna metallurgica. Questa
circumnavigazione di così difficili territori dell’anima ha portato il
nostro non solo a raffinare la sua pittura, ma soprattutto a scandire
immagini esclusivamente sue. Toccanti e mature, drammatiche e affascinanti.
Ai suoi inizi, come tutti i principianti, aveva subito brevi interessi vari,
da Sironi a Carrà, fino a Matisse, Léger, Picabia e Duchamp. Niente di
profondo. Nell’accanito iter di scavo interiore, finalmente assestata, la
sua pittura ha saputo raggiungere una iconografia di forte impatto.
Repertorio iconografico sempre più lucido. Autonomo da influssi formali
altrui, benché sempre bombardato dall’esterno dai proiettili scagliati
dall’attuale mondo. Proiettili caduti sui territori, fragili e indifesi, che
sono propri della psiche individuale e collettiva. Oggi Rinaldi va per la
sua strada. Immerso nel mondo globalizzato e fratto, dissociato in dislocati
scomparti, naviglio o con la bussola impazzita o con la meta di cui si è
perduto l’indirizzo. Di questo mondo si potrebbero ripetere le parole del
poeta inglese Dylan Thomas: “E nel conosciuto buio della terra amen”. Quel
buio caliginoso che Franco Rinaldi frange anche lui, con i lampi di magnesio
del suo pennello, come nella bellissima parabola poetica Combattimento con
l’angelo di Jaques Prèvert, che vale la pena riportare. Essa dà
perfettamente il senso al destino che stiamo sopportando: qui, tutti i
giorni, inermi e indifesi. “Non ci andare – Tutto è combinato in anticipo –
Il match è truccato – E quando lui apparirà sul ring – Circondato da lampi
di magnesio – Intoneranno a squarciagola il Te Deum – E prima ancora che tu
ti sia levato sulla sedia – Ti suoneranno le campane a distesa – Ti
getteranno in faccia – La spugna sacra – E tu non avrai il tempo di volargli
nelle piume. – Si getteranno su di te – E lui ti colpirà al disotto della
cintola – E tu crollerai – Le braccia stupidamente in croce – Nella segatura
– E mai più potrai fare all’amore.” Un incontro con un angelo vigliacco.
Anche Rinaldi nei suoi dipinti ha messo angeli e arcangeli. E il suo ring è
il combattimento strenuo per giungere a immagini che vadano al cuore della
situazione. E la sua segatura è il mondo nel travaglio della sua nevrotica
mutazione. E l’angelo della morte soffia comunque anche per lui, questo
bresciano che vorrebbe raccontare belle favole. Il suo angelo che emana un
alito metallurgico e mortifero sui sembianti. Ma per un pittore sincero come
il nostro, questo match non è mai truccato, se egli rigetta sdegnosamente la
spugna sacra della banalità, nonchè il canto a squarciagola del conformismo.
Quindi il suo futuro di vivido affabulatore sui destini del mondo d’oggi, è
sicuramente aperto. Almeno per chi lo voglia seguire.
La tomba è nel tuo cuore,
l'inferno nella mia anima.
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Macarius Magnus
Kalepà ta kalà. (La bellezza è difficile)
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Platone
I LAGHI MISTERIOSI
- Anno 2002
Olio su tela, 88 x 85 cm.
PASSANTE SACRO - Anno 1990
Acrilico e olio su tela, 138 x 82,5 cm.
ORANTE - Anno 1992-1993
Olio su tela, 151 x 110 cm.
L'ISOLA CHE APPARE - Anno 1997
Acrilico e olio su tela, 70 x 100 cm.