4. PRENATALITA' PSICHICA,
PLASTICA
RI-NASCITA
GLI ANGELI - Anno 1984
Olio su tela, 195 x 106 cm.
LA VENERE
DEL SOLE
Anno 1984
Olio su tela, 157 x 100 cm.
Poteva il nostro continuare
ad aggirarsi in un recupero dechirichiano, in un attento guardarsi alle
spalle? Poteva certamente, accettando il rischio di vivere tra fantasmi,
sopravvivendo al peso del vissuto esistenziale. Molti artisti lo fanno, o
per pigrizia, o per paura, o per vocazione. Ma la sua avventura sarebbe
finita in un iterato manierismo, basato esclusivamente sulla bravura
epidermica del trattare il colore. Rinaldi al contrario ha i sempre puntato
ai contenuti.
Ed ecco, proprio nel 1984, le tre opere-cerniera, traghetto in una nuova
visione. La Venere del sole. È una tela (pag. 26) che mostra un satiro che
tenta un approccio con una alta femmina ignuda. Sembra un proseguimento
mitologico della fase precedente, mentre qui si ribalta tutto il sistema
comunicativo. Lo sfondo, per la prima volta semplicissimo, appare un anonimo
brulicare di piccoli segni in una atmosfera bruna. I due corpi sono potenti,
resi plastici e convessi da un morbido sistema di pennellate, e la loro
silhouette diventa una linea grigio-nera appena zig-zagante, come fosse
cucita con l’ago. Due gli elementi anomali: un sole che con i suoi raggi
domina la scena, e poi figure senza mani, aventi un appuntito finale
dell’arto, una specie di piolo carneo. Gli occhi chiusi delle figure
testimoniano l’elemento oniroide.
Le forme femminili, sfumate nonché dolci e curvilinee, contrastano con
l’elemento selvatico del satiro, molto caprigno. L’elemento solare, benché
spostato ai margini, indica una dominanza dell’archetipo maschile: Yang
direbbero i cinesi. Da ciò si intuisce che in questo tipo di visione si apre
una fase psichicamente attiva, illuminata. Illuminata si badi non solo come
luce fisica, illuminata come fonte di conoscenza. La riprova? È nel dipinto
Gli angeli apparsero che... (1984). Nella scena (pag. 30) con la solita
fruttiera sul tavolo e i pesci (come nelle opere “metafisiche”) scorgiamo
entità inconsuete: le due creature alate che appaiono ai lati, annunciatrici
di un cambiamento profondo (in greco angelos vuol dire “messaggero”, parola
derivante dal sanscrito nel significato di “essere divino”). Dov’è questo
cambiamento? È centralizzato in una specie di grosso vaso posto sul tavolo,
gonfio di pieghe che vanno verso l’alto, specie di grossa “nuvola”. Tale
elemento criptico fa intimamente parte di questa annunciazione. E gli angeli
(anch’essi senza piedi) presentano la silhouette contornata da un vivo alone
giallo. Un’aura di tipo divino.
La terza opera-cerniera (pag. 31) ha per titolo “...E poi dipinse” (1984).
Si badi ai puntini sospensivi posti davanti, come a collegarsi ai puntini
finali del titolo del quadro sugli angeli. Quindi una coppia di quadri, una
relazione stretta tra l’annuncio angelico e il tema del dipingere. Vi si
vede in quest’opera la figura ben tornita del pittore ignudo (anche il feto
è ignudo!), con davanti la tela intonsa e il cavalletto, ma anch’egli non ha
né mani né piedi. Lo sfondo è caldo e solare ed il protagonista appare
racchiuso da una specie di sacca cordonata. Qui esattamente, ecco, si svela
la scena reale del vissuto: appare una specie di utero caldo di potenza
immaginativa.
Un utero psicologico. Come se la figura del pittore – che è proiezione
dell’Io profondo dell’autore – sia finalmente ritornata alla situazione
prenatale. Il primordio. Regressus ad uterum. Per traslazione, nient’altro
che la condizione fetale di una nascita dell’anima. O meglio: il
raggiungimento della condizione della vita organica primaria: là dove si è.
“Si è” soltanto, e basta. Difatti l’essere vegetativo in fieri, allo stato
puro, non ha affatto bisogno né di mani per fare, né di piedi per andare. È
una assoluta presenza. Metafora trasparente, condotta con semplicità
immediata.
Che cosa si evince da queste tre opere, caratterizzate certamente da una
forte sintesi simbolica? Queste monumentali figure aniconiche – quindi non
riconoscibili fisiognomicamente – e ignude – perciò identificate come esseri
in uno stato primitivo – ci mostrano un “paesaggio dell’individuazione
interiore”. Ci additano in parallelo un passaggio dalla vita storica al bios
organico. Stilisticamente siamo di fronte a costanti formative del tutto
nuove, inventate per l’apposito da Rinaldi. Annotiamole: il plasticismo
delle figure tattilizzate con leggeri tocchi chiaroscurali nei contorni
disegnativi; il tonalismo dei colori semispenti, talora però alternato a
colori accesi ed esplosivi; l’irradiazione luministica e l’emanantismo sul
piano di un pointillisme cromatico, a testimonianza del carattere non fisico
della scena; una morfologia e una composizione ora privilegianti linee curve
e sinuose, ora accentuanti caratteri strutturali.
Si tratta, per farla breve, di un erotismo soft. Una specie di mitologema da
condizione adamitica. Esso sembra provocatoriamente barocco, forte del suo
sembiante organico, in quanto situato nel concavo di un alvo, specie di
scenografia e condizione materna. Altre opere esemplificano questo ciclo.
Ecco A Marat (1984), che è un dipinto (pag. 29) dedicato al famoso
personaggio della Rivoluzione francese ucciso nella vasca da bagno: la
fatale tinozza qui prende la forma ambigua che ricorda la fruttiera più
volte rappresentata, mentre la figura abbandonata è quella di un eroe vinto
dentro un tripudio di sinuosità. Anse e meandri dalla accentuata musicalità
plastica, freddezza tagliente e sonora dei colori inventati ad hoc. Pittura
che cerca di divenire scultura, sebbene nella bidimensionalità.
Lo stesso discorso vale per La tempesta (1984). Grossa tela (pag. 32)
concepita come un palcoscenico con un tendone posto a destra. Laddove la
regressione uterina della figura avviene icasticamente, costretta tra un
albero ritorto e un guizzante fulmine (il dipinto si richiama apparentemente
all’omonimo quadro del Giorgione). Composizione dai vitrei bianchi che
colloquiano con i pungenti verdi e i recettivi bruni, orchestrazione
labirintica di gonfiezze volumetriche. Notevole tale novità espressiva dato
che finalmente in questa svolta stilistica Rinaldi estroverte sia la
composizione formale sia il colorismo, giocando tutta la sua abilità su una
specie di trompe-l’oeil plastico-cromatico.
Necessaria una nota a latere sul contesto artistico. In questo momento, in
Italia e nel mondo, avveniva il successo della Transavanguardia, col
ricupero della figura. L’artista bresciano ne sentì sì la presenza e ne ha
subito leggermente l’influsso, ma avendo davanti a sè un suo iter ben
inciso, dentro il suo DNA legato al simbolismo psichico, ha saputo poi
proseguire esclusivamente per la propria strada. Ricercando soluzioni
proprie.
Riccardo Barletta
A MARAT - Anno 1984
Olio su tela, 170 x 196 cm.
E POI DIPINSE - Anno
1984
Olio su tela, 142 x 96 cm.