7.  Una passeggiata iper-realista nel regno
                                                                   delle ombre


 

“Più ci inoltriamo nell’esistenza catafratta delle nostre dilaganti tecnologie, maggiore è in noi la insopprimibile sete dell’origine”, scrissi nel 1991 in una mia presentazione a una personale di Rinaldi, a Brescia nella galleria di Paolo Majorana. Quattordici anni dopo, l’uomo contemporaneo appare sempre più schiacciato tra la Technè e la Massa; parimenti l’artista di livello mediano è fortemente indeciso tra l’adeguarsi, il protestare, l’autodistruggersi. Pochi, come Franco Rinaldi, hanno scelto il sentiero duro e scosceso di mostrare il non mostrabile, di entrare nelle fessure dell’anima sofferente di questo attuale tecno-ominide. Flebile anima lacerata dall’impossibilità di soggiornare in un Paradiso Terrestre. Dato che la nozione di “paradiso” si dissolve come nebbia al sole appena è nominata e offerta, ironia della storia, a tutti a piene mani da pubblicità, marketing o dai media proponitori di stili di vita.

Nella concezione delle religioni pre e post-cristiane, è regola che l’Inferno sia sempre una nozione di un Aldilà. Esse religioni possono anche proporre e indurre a pensare all’esistenza dell’Elisio o del Paradiso; mai esplicitamente dettero però una accezione negativa al mondo dei viventi, anche se vi introducono necessariamente la nozione di errore e di peccato. Ebbene i mitologemi di Rinaldi (e con lui oggi pochi altri artisti) additano in effetti la nozione anomala, mai praticata, perché respinta per legittima difesa dai popoli, di Inferno Terrestre.

Una metafora quindi della sofferenza dell’anima collettiva contemporanea, di fronte a una Anima Mundi per lo meno malata, fragile e debole. Ogni epoca della storia addita un “alto” – basti pensare al Sacro nel Medioevo e successivamente all’Umano nel Rinascimento. Oggi assurdamente la situazione si inverte . Infatti l’“alto” dei contemporanei è la Tecno-Massa, prendendo il posto del sacro; e questo potente feticcio, vero Leviatano, diventa poi per il residuale minoritario spirito pensante e sensibile null’altro che il “basso” dell’epoca. Un tonante stridore ci penetra e ci trafigge.

Se si parte da codesta visione capovolta, si potrà comprendere appieno lo sforzo durato oltre l’ultimo decennio di Rinaldi di raffigurare l’esistente. Per comprendere la natura della svolta, annotiamo subito in lui il passaggio dal mitico dei primi quadri (es. il cacciatore Gracco, et similia) all’arcaico. Mentre il mitico è legato alla parola, l’arcaico è un flash sul senza tempo. Quindi anteriore alla parola, come le figure ovalizzate che abbiamo viste immerse in trasparenze azzurrine e fioccosità di colore, specie di incandescenze endopsichiche. Questa pulsione all’arcaico ha un riscontro concreto, l’arte negra, della quale il nostro è un appassionato collezionista.

Sul piano semantico, quello raccontato allo spettatore è un vero “limbo archetipologico”, costruito mediante materiali essenziali; la montagna sacra, la ziggurat, l’albero, la freccia, il disco astrale, la vulva, il cerchio e il quadrato. Tra archetipologia e suggestione all’arcaico negroide passa direttamente quel cortocircuito dal sapore magico, che affascina le persone sensibili davanti a dipinti di carattere misterioso. Proprio questa archetipologia era la forza e la debolezza del nostro. Poteva iterare questi istituti simbolici che hanno migliaia di anni. Poteva egli fare commistioni, e spostarli e introdurli sul vassoio d’argento del manierismo. Tutto ciò era lecito e anche più facile.

No. Franco Rinaldi decide una ulteriore svolta. Gradualmente passa dal limbo archetipologico alla dimensione ctonia, infera. Lascia i colori sfavillanti, i contrasti squillanti, i toni forti e acuti, e si introduce (immettendo anche lo spettatore) in una atmosfera oscura. Entra esattamente nella dimensione alchemica detta della nigredo, la nigredo più ampia. L’habitat appare tenebroso, gli sfondi maculati di umori scuri talvolta ravvivati da bagliori. Lo spazio, chiuso e compatto, senza aperture e senza piani di base, si appiattisce. Proprio in questa “culla terrestre profonda”, inospitale, fredda, cattivissima e senza sole, possono nascere entità. Entità nuove e mai viste. Oggetti anche di grandi dimensioni, monumentali e minacciosi. Eppure anche accattivanti per bizzarria e irrazionalità. Lo stile accurato li rende di volta in volta veri, accettabili, riconducibili a memorie reali, seppure sempre prodotti senza modello.

La qualità dello sguardo dell’autore è iperrealista. Al di fuori da ogni gusto surreale o da fantascienza. Come se queste entità strane, senza nome, fossero di pratica comune. Descritte con acribia, con le loro dimensioni, sfumature, lumeggiature. Analizzate anche nella loro consistenza architettonica, localizzate in posizione importante, dominanti in questo spazio amorfo e inospitale, dentro cui sono introdotte come un tesoro nascosto agli occhi diurni. Proprio la componente notturna,  la freddezza del contesto terragno, indicano in questo ampio magazzino assurdo l’elemento “invernale”: entità semiseppellite di una sapienza ancora da leggere. Voci ben differenziate. Nigredo, talora magica, talaltra crudamente ferente l’anima dello spettatore che improvvido vi si avventuri. Quadro dopo quadro, atmosfera dopo atmosfera, prosegue contemporaneamente il piacere della scoperta. Un gioco corretto, calibrato, misurato su un sentimento plastico conchiuso e al pari su un cromatismo offerto sempre a voce mediobassa.

Quali oggetti o personaggi troveremo in questo pallido regno d’ombre?





Vi sono cose che oggi non sono vere,
che forse non possono ancora essere vere,
ma lo saranno forse domani.

Carl Gustav Jung



Tutte le cose della natura hanno un duplice aspetto
e se noi vogliamo rendere cosciente qualcosa,
dobbiamo vederne anche l'ombra e non solo la luce.

Carl Gustav Jung
 










    

    IL RITRATTO DI DORIAN GRAY - Anno 1987
    Olio su tela, 80 x 70 cm. 










 






   ALL'AMICO FRANZ K - Anno 2001
   terracotta dipinta (h 55 cm)


            

 

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