1. LE TAPPE DEL VIAGGIO









     IL FUOCO BIANCO - Anno 1988
    Olio su tela, 80 x 70 cm. 






















   RITRATTO ALTRO - L'AFGANA - Anno 2000
   Olio su tela, 80 x 60 cm.


            

 

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Franco Rinaldi, impegnatissimo ricercatore del nuovo. Per anni nonostante scadenzate mostre in Italia e all’estero ha preferito all’esibizione l’invenzione di contenuti, lavorando intensamente in maniera appartata. Solo con questa monografia è conoscibile finalmente in tutto l’ampio arco di produzione. Autentico e serrato narratore di pungenti miti attuali, il suo lavoro presenta una identità internazionale. La qualità della sua pittura è di immediata evidenza. Mostra brillantezza incisiva del colore, ritmo compositivo, raffinatezza dei luminismi, magia degli insiemi. Parla da sola, certamente, per chi voglia ascoltarla.
Sul piano della storia dell’arte, l’artista è considerato comunemente appartenere al surrealismo. Ma tale opus pittorico è in sostanza un vero e proprio viaggio alchemico, una delle strade più suggestive. Viaggio ricco di humus inventivo, ci porta nei meandri dell’anima; cioè dell’inconscio collettivo il quale, mediante simboli rivelatori e nascosti archetipi, racconta il passaggio cruciale dell’uomo della seconda metà del Novecento: da un mondo naturale alla Natura Artificiale. La condizione presente. Laddove il contemporaneo è stretto in un conflitto tra il suo Sé profondo, la Technè e la Massa, forze che ancora non riescono a trovare un equilibrio.
Rinaldi sviluppa in argomento una originalissima iconografia. Gli sorge istintivamente. Essa si dipana in visioni, veri lucidi sogni a occhi aperti, che solo la pittura se controllata da una mano esperta può descrivere convincentemente. Il piacere del ritorno libero all’immaginario contrassegna anche l’uomo abituato alla meccanizzazione. Inizialmente, dopo un apprendistato con un vecchio maestro bresciano, Rinaldi fu attratto dalla lezione dechirichiana. Ciò lo portò a comprendere l’importanza di una tematica legata al mito, per individuare in ogni momento il rapporto umano col destino, mediante una ludica trasmutazione delle immagini.
Non volendosi però chiudere a una statica ammirazione del passato, dopo i primi passi ebbe una svolta contrassegnata da opere monumentali. Grandi figure, cariche di una notevole plasticità, tangenziali alla Transavanguardia, tendenza che però il nostro non seguì. Attratto dal problema dell’identità, preferì entrare subito in contatto con la potenza primigenia della simbolica, lavorò su figure archetipiche, dalla montagna sacra al guru, dai mondi di fuoco a quelli delle acque, sempre attento a inventare paesaggi di grande suggestione.
Benché ricchi di un cromatismo coinvolgente e rutilante, tali paesaggi da favola un po’ paurosa, costruiti abilmente, presto scomparirono. In una successiva fase durata due anni, egli rischiosamente capovolse questa visione, per quanto già notevole: atmosfere quasi astratte dilatate in una eburnea vuota gassosità presero piede, insieme alla perdita della corporeità dei personaggi e al loro sembiante ridotto a sottile maschera spirituale. Percorso questo periodo, simile a una purificazione laica sul Monte Athos, Franco Rinaldi si sentì in grado di effettuare ciò che gli antichi chiamarono descensus ad inferos.
Il suo Ade simile a una enciclopedia di tragitti e di presenze si materializzò in una catena di sembianti, come fosse fotografato. Prese le forme di morfologie umanoidi, animali, vegetali e di paesaggi sotterranei – sempre inventate – tuttavia sottoposte a un aspetto formale e tattile per così dire “metallurgico”. Quel grado di dura consistenza, ricca di gelidi bagliori ma insieme mostrata in una inospitale irrazionalità di particolari, tutti a forte carattere sadico-magico. Tale trasformazione dura dagli anni Novanta fino a oggi. Serie notevolissima di invenzioni. Un corpus, una Wunderkammer, non riscontrabile nel panorama un po’ piatto dell’arte d’ oggi.
In ciò l’opera di Rinaldi richiama la “storia naturale” soprattutto di Paul Klee; ma mentre quella focalizzò l’organicità intima di una natura “madre”, questa di Rinaldi – avvenuta oltre cinquanta anni dopo, testimone dello stupro incessante della Technè sul pianeta – può definirsi con una dizione agli antipodi: “storia dell’innaturale organico”. Naturalmente, in parallelo, la nozione corrente di surrealismo per queste opere andrebbe corretta in “iperrealismo dell’anima”. Infatti il limbo raccontato agli spettatori è un cortocircuito, dal sapore magico, uno scatto fuori dalla banalità corrente, determinato dalla presenza degli archetipi che travestono gli oggetti come messaggeri, per ammonire il viandante della contemporaneità su pericoli e baratri che ha dintorno.
Insomma nei dipinti del nostro vige una componente etica. Sempre però tradotta in sensibili suggestioni visive, senza alcuna caduta nel moralistico o nel retorico. Questa mitopoiesi di Rinaldi, ormai matura ed esclusiva, lo pone senza dubbio in quella ristretta cerchia di artisti “visionari”, in Italia non molto diffusa. Cerchia che vide l’apporto magistrale quanto isolato – tre nomi tra pochi altri – di De Chirico, di Savinio e di Licini. Si tratta nel caso di personalità legate a un particolare status, la personalità alchemica. Per i quali la tematica nasce per una autoricarica interna. Laddove l’autore è colui che mette a punto sia forme sia colori che atmosfere. Seguendo il volere di un motore interno, che saggiamente gliele pilota.
Tale meccanismo è stato qui indagato, visto come antropologia dell’arte, con metodologia tecnicamente adeguata. Secondo i parametri della simbolica del profondo, dell’archetipologia e di quel relazionismo tipico del logos pieno di scarti operante nella psiche. Occhio e psiche, simbolo e sua filosofia, tutti in parallelo nel loro processo creativo. Naturalmente la sensibilità affabulatrice di Rinaldi non nasce da elucubrazioni solipsistiche, ma è sogno entrato in un nucleo esistenziale. Fa parte di una cultura moderna ben assestata e diffusa. Pertanto, nel testo del saggio che segue, agganci a Thomas Stearns Eliot, a Jaques Prévert, a Carl Gustav Jung, al Nobel Werner Heisemberg serviranno a comprendere come anche la pittura deve interessarsi del destino che si apre al terzo millennio. Lo stile non è mai qualcosa di fine a sé stesso.
Quale destino in particolare ci attende? Paradiso, Inferno o il Limbo attuale? Con grande bravura poetica e mano leggera, Franco Rinaldi dà la sua risposta, raffigurando liricamente racchiusa in una magica notte blu una umanità che ha indossato il burqa.

Riccardo Barletta

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