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Franco Rinaldi, impegnatissimo ricercatore del
nuovo. Per anni nonostante scadenzate mostre in Italia e all’estero
ha preferito all’esibizione l’invenzione di contenuti, lavorando
intensamente in maniera appartata. Solo con questa monografia è
conoscibile finalmente in tutto l’ampio arco di produzione.
Autentico e serrato narratore di pungenti miti attuali, il suo
lavoro presenta una identità internazionale. La qualità della sua
pittura è di immediata evidenza. Mostra brillantezza incisiva del
colore, ritmo compositivo, raffinatezza dei luminismi, magia degli
insiemi. Parla da sola, certamente, per chi voglia ascoltarla.
Sul piano della storia dell’arte, l’artista è considerato
comunemente appartenere al surrealismo. Ma tale opus pittorico è in
sostanza un vero e proprio viaggio alchemico, una delle strade più
suggestive. Viaggio ricco di humus inventivo, ci porta nei meandri
dell’anima; cioè dell’inconscio collettivo il quale, mediante
simboli rivelatori e nascosti archetipi, racconta il passaggio
cruciale dell’uomo della seconda metà del Novecento: da un mondo
naturale alla Natura Artificiale. La condizione presente. Laddove il
contemporaneo è stretto in un conflitto tra il suo Sé profondo, la
Technè e la Massa, forze che ancora non riescono a trovare un
equilibrio.
Rinaldi sviluppa in argomento una originalissima iconografia. Gli
sorge istintivamente. Essa si dipana in visioni, veri lucidi sogni a
occhi aperti, che solo la pittura se controllata da una mano esperta
può descrivere convincentemente. Il piacere del ritorno libero
all’immaginario contrassegna anche l’uomo abituato alla
meccanizzazione. Inizialmente, dopo un apprendistato con un vecchio
maestro bresciano, Rinaldi fu attratto dalla lezione dechirichiana.
Ciò lo portò a comprendere l’importanza di una tematica legata al
mito, per individuare in ogni momento il rapporto umano col destino,
mediante una ludica trasmutazione delle immagini.
Non volendosi però chiudere a una statica ammirazione del passato,
dopo i primi passi ebbe una svolta contrassegnata da opere
monumentali. Grandi figure, cariche di una notevole plasticità,
tangenziali alla Transavanguardia, tendenza che però il nostro non
seguì. Attratto dal problema dell’identità, preferì entrare subito
in contatto con la potenza primigenia della simbolica, lavorò su
figure archetipiche, dalla montagna sacra al guru, dai mondi di
fuoco a quelli delle acque, sempre attento a inventare paesaggi di
grande suggestione.
Benché ricchi di un cromatismo coinvolgente e rutilante, tali
paesaggi da favola un po’ paurosa, costruiti abilmente, presto
scomparirono. In una successiva fase durata due anni, egli
rischiosamente capovolse questa visione, per quanto già notevole:
atmosfere quasi astratte dilatate in una eburnea vuota gassosità
presero piede, insieme alla perdita della corporeità dei personaggi
e al loro sembiante ridotto a sottile maschera spirituale. Percorso
questo periodo, simile a una purificazione laica sul Monte Athos,
Franco Rinaldi si sentì in grado di effettuare ciò che gli antichi
chiamarono descensus ad inferos.
Il suo Ade simile a una enciclopedia di tragitti e di presenze si
materializzò in una catena di sembianti, come fosse fotografato.
Prese le forme di morfologie umanoidi, animali, vegetali e di
paesaggi sotterranei – sempre inventate – tuttavia sottoposte a un
aspetto formale e tattile per così dire “metallurgico”. Quel grado
di dura consistenza, ricca di gelidi bagliori ma insieme mostrata in
una inospitale irrazionalità di particolari, tutti a forte carattere
sadico-magico. Tale trasformazione dura dagli anni Novanta fino a
oggi. Serie notevolissima di invenzioni. Un corpus, una Wunderkammer,
non riscontrabile nel panorama un po’ piatto dell’arte d’ oggi.
In ciò l’opera di Rinaldi richiama la “storia naturale” soprattutto
di Paul Klee; ma mentre quella focalizzò l’organicità intima di una
natura “madre”, questa di Rinaldi – avvenuta oltre cinquanta anni
dopo, testimone dello stupro incessante della Technè sul pianeta –
può definirsi con una dizione agli antipodi: “storia dell’innaturale
organico”. Naturalmente, in parallelo, la nozione corrente di
surrealismo per queste opere andrebbe corretta in “iperrealismo
dell’anima”. Infatti il limbo raccontato agli spettatori è un
cortocircuito, dal sapore magico, uno scatto fuori dalla banalità
corrente, determinato dalla presenza degli archetipi che travestono
gli oggetti come messaggeri, per ammonire il viandante della
contemporaneità su pericoli e baratri che ha dintorno.
Insomma nei dipinti del nostro vige una componente etica. Sempre
però tradotta in sensibili suggestioni visive, senza alcuna caduta
nel moralistico o nel retorico. Questa mitopoiesi di Rinaldi, ormai
matura ed esclusiva, lo pone senza dubbio in quella ristretta
cerchia di artisti “visionari”, in Italia non molto diffusa. Cerchia
che vide l’apporto magistrale quanto isolato – tre nomi tra pochi
altri – di De Chirico, di Savinio e di Licini. Si tratta nel caso di
personalità legate a un particolare status, la personalità
alchemica. Per i quali la tematica nasce per una autoricarica
interna. Laddove l’autore è colui che mette a punto sia forme sia
colori che atmosfere. Seguendo il volere di un motore interno, che
saggiamente gliele pilota.
Tale meccanismo è stato qui indagato, visto come antropologia
dell’arte, con metodologia tecnicamente adeguata. Secondo i
parametri della simbolica del profondo, dell’archetipologia e di
quel relazionismo tipico del logos pieno di scarti operante nella
psiche. Occhio e psiche, simbolo e sua filosofia, tutti in parallelo
nel loro processo creativo. Naturalmente la sensibilità
affabulatrice di Rinaldi non nasce da elucubrazioni solipsistiche,
ma è sogno entrato in un nucleo esistenziale. Fa parte di una
cultura moderna ben assestata e diffusa. Pertanto, nel testo del
saggio che segue, agganci a Thomas Stearns Eliot, a Jaques Prévert,
a Carl Gustav Jung, al Nobel Werner Heisemberg serviranno a
comprendere come anche la pittura deve interessarsi del destino che
si apre al terzo millennio. Lo stile non è mai qualcosa di fine a sé
stesso.
Quale destino in particolare ci attende? Paradiso, Inferno o il
Limbo attuale? Con grande bravura poetica e mano leggera, Franco
Rinaldi dà la sua risposta, raffigurando liricamente racchiusa in
una magica notte blu una umanità che ha indossato il burqa.
Riccardo Barletta |