9.  LE PIAZZE DEL SOTTOSUOLO E GLI
                                                                   SCANTINATI DELLA NATURA


 

Torniamo all’anima. Anzi alle due anime, quella dello spettatore e quella dell’artista. Tra le due anime può avvenire un cortocircuito che permette al materiale nascosto della psiche collettiva di risalire alla coscienza. E così di additare problemi, indicare soluzioni, ma soprattutto di lenire l’ansia del “mestiere di vivere”. Ciò è esattamente quello che fanno i sogni, i quali invadono la notte di ognuno a questo scopo. Esiste naturalmente una terza anima. Quella del grandissimo Carl Gustav Jung, scopritore di anime. Egli dal 1935, dopo quindici anni di studio, ripropose per primo nell’età contemporanea l’alchimia all’attenzione generale. Fu una nuova prospettiva. Egli affermò, e dimostrò, in sintesi le seguenti cose. Il simbolismo che si produce in sogni e allucinazioni di pazienti nell’ambito mentale è analogo al simbolismo alchemico. Si tratta quindi di una omologazione funzionale. A livello rituale o mistico l’alchimista riceve una “iniziazione”, che è una reintegrazione spirituale. Lo stesso avviene per il paziente che ha sogni di tipo alchemico, sul piano di una reintegrazione psichica. C’è dunque un processo simbolico o ermetico il quale, per la stessa via, porta a un processo di sviluppo. Specificamente, l’immortalità ricercata dagli alchimisti (elixir vitae) corrisponde, a livello psicologico, al processo di individuazione. Processo, relativo all’individuo, in cui nel Sé si attua finalmente, con tempo e fatica, l’integrazione del conscio e dell’inconscio. Rinaldi, per parte sua, è senz’altro un sognatore. Infatti è in tutta la sua esistenza in quanto pittore che ha sogni ricorrenti di tipo alchemico: ma sicuramente, per quello che a noi interessa, sogni diurni. Divenuti quadri, incisioni, disegni e persino qualche scultura. Iterati e rimodificati, accarezzati e rifatti, più o meno capiti, più o meno lancinanti, ma sempre con l’accanimento da affetto di quella malattia denominabile bulimia onirica. Come de Chirico sognò di andare nelle piazze d’Italia, questo bresciano armato di pennello sogna le piazze del sottosuolo. E anche gli scantinati della natura, là dove nessuno vorrebbe abitare, ma che per lui sono una attrazione da conquistare. Il suo elisir è dar forma a ciò che è indistinto, inespresso, ridotto ai margini. Profondamente occulto e occultato. Tutto questo materiale lui, con grande partecipazione, lo riveste di un senso magico. È esattamente la parte poetica dell’avventura, dovuta al colore tagliente ed eclatante, nonché all’atmosfera d’insieme che accoglie i brividi della notte. Per cui poi avviene il miracolo. Quello che fenomenologicamente nonché tematicamente dovrebbe essere elixir mortis, si trasforma. A causa della trasmutazione estetico-alchemica ci appare, se sappiamo dedicargli attenzione, come elixir vitae. Il sottofondo di tipo alchemico, processo di fermentazione simbolica permette allo spirito di liberare i poteri intuitivi. Produce una costruzione progressiva e correlata di archetipi. Essi vengono messi a punto, via via integrati tra di loro. Detta logica per niente programmatica, razionalmente si attua come una logica empirica, organicamente disposta sulle due strade perfettamente parallele: la morfogenesi (costruzione concatenata dell’immagine da forma a forma) e l’ontogenesi (messa a punto delle strutture vitali fondanti). Condizionato dalla sua seminale posizione di partenza – ma il cui sviluppo gli è comunque sempre ignoto – questo tipo speciale di artista alchemico si struttura a mano a mano secondo le leggi dell’archetipologia umana. Archetipologia: una mappa di assoluti rivitalizzati, che riguarda l’anima e lo spirito. Una enciclopedia per così dire di eventi cardine, di immagini primarie, di origine sia collettiva che individuale. Il sensorio si allarga pertanto e si specializza e non può essere mai gratuito o cervellotico: segue obbligatoriamente la legge che ha dentro. L’archetipologia fa parte di tutta la cultura umana, costituita com’è oltre che dall’alchimia, dai miti, dalle favole, dalle religioni, dalle esperienze mistiche o di gnosi. Insomma: un grandissimo magazzino di conoscenza occulta. Una specie di DNA collettivo. Polveroso, dimenticato, sparso qua e là, nei sottoscala del bios. Nascosto, nei momenti di rischio e di necessità, come per legittima difesa dell’uomo, ecco che ritorna in circolo. Rinaldi, al proposito, attua una commistione anomala tra “etnie di simboli”. Gruppi affini, congiunti nella loro sostanza, che vanno dai simboli legati alla natura a quelli del mondo artificiale, da quelli metaforicamente sessuali a quelli della metallurgia, da quelli di una specie di embriologia animale a quelli più formativi di una architetturalità dura e impraticabile. Insomma il panorama di questo suo deposito brulicante appare un rimescolamento di veloci sembianti. Rispetto ai parametri della vita corrente e alle mappe della cultura ufficiale non è una fuga, bensì uno sviamento voluto. Detto slittamento e scavalcamento del reale, al primo momento spiazza. Ma poi si intuisce che questo giudizio morale mai moralistico tradotto in materiale visivo può essere utile a farci comprendere il destino del mondo. L’osmosi confusiva dei piani dell’essere ovviamente genera nell’uomo ansia, instabilità, inquietudine. Tuttavia nello stesso tempo crea in noi una coscienza del dover capire, senza fermarci appagati e soddisfatti davanti al carnevale delle apparenze. Proprio per questa via di tipo surrealistico, Franco Rinaldi collabora a una poetica liberatoria. L’anestesia da lui praticata rispetto alla visione corrente provoca un vero coma al razionale, il razionale ipertrofizzato degli abitatori d’Occidente. Questa anestesia precipita d’un tratto la persona comune nei gorghi dell’alogico. La persona impreparata e ignara lo incontra e lo vede finalmente “fuori di sé”, questo alogico, non si rende conto di averlo proprio dentro di sé. Nel suo sociale comportamento stereotipato, frustrato, coatto. Ed è proprio lì, provocando l’alogico nella nostra mente, queste raffinate incisive immagini, ci insegnano a riimparare a nuotare... Ovvero a saper leggere e ad accettare il simbolo. L’oceano dei simboli. Il simbolo è portatore di vita. Liberato della scorza dell’ignoranza e dalla cristallizzazione meccanizzata ci riporta alla felicità ingenua dei primitivi.





La psiche umana si esprime
originariamente per immagini

Novalis
 










    

    NOLI ME TANGERE - Anno 1990
    Olio su tela, 130 x 142 cm. 








 








   IL PAESAGGIO CHE ASCOLTA - Anno 2000
   Olio su tela, 104 x 73 cm.


            

 

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