10.  La “storia naturale” come storia
                                                                     dell’innaturale organico


 

L’alogico deve avere comunque un contenuto. E l’alogico che Rinaldi ha praticato e trattato, dagli anni Novanta fino a oggi, presenta un solo, sfaccettato, contenuto: quello della natura. Una storicizzazione di figure: umanoidi, animali misteriosi, vegetali mai visti, nonché paesaggi da brivido affascinanti come quelli onirici. Insomma una Wunderkammer da terzo millennio. Raccontata con sagacia, nei suoi due doppi registri: quello della organicità e quello della innaturalità. Una storicizzazione, abbiamo detto. Perché è come se l’artista bresciano - novello naturalista dell’età dell’elettronica - andasse per plaghe sconosciute a registrare i suoi incontri di esseri ignoti, a mappare genealogie impossibili, a ricostruire habitat che mai hanno visto piede umano. Un diario di occasioni acchiappate or qui or là. Non la natura che tutti amano e conoscono, quanto una natura non ancora ufficiale. Senza il certificato di residenza nel mondo, perché sta solo nell’anima. Nella storia dell’arte moderna, nel momento della sua fondazione, due grandi personalità, nate nell’Ottocento, si sono occupate in maniera diversa di “storia naturale”. La principale e dominante personalità è stata quella dello svizzero Paul Klee. Questi ha voluto entrare nei meandri nascosti delle radici, dei virgulti, dei germogli, di una natura non da riprodurre – come i beati impressionisti – bensì da indagare liberamente, come madre e matrigna. Il suo pensiero può essere condensato in due suoi assiomi del 1923. Nel primo afferma: “ Il colloquio con la natura resta, per l’artista, conditio sine qua non”. Nel secondo spiega: “L’artista è uomo, lui stesso è natura, frammento della natura nel dominio della natura”. L’altra personalità è quella del russo Wassily Kandinsky, che però si è occupato soprattutto dell’accezione cosmica, del valore lirico, dentro un panteismo di forme geometriche. Klee l’organico, Kandinsky il geometrico. Si badi, essi hanno descritto la “loro” nozione di natura, per un uomo vecchio che allora ascoltava i primi vagiti della modernità, quando da poco era nata la luce elettrica e non c’era ancora la radio, nè la successiva tecnocrazia che impera oggi su di noi. Antropologicamente, Rinaldi appartiene alla generazione nata nel dopoguerra, che ha visto da una parte la presa del potere della Technè e dall’altra lo stupro, concreto e reale, nonché ideologico e morale, della Natura. Pertanto la sua visione e il suo apporto nell’arte contemporanea va ascritto a questa mutazione. Come va ascritta , in parallelo, l’originalità del suo pensiero plastico e figurativo, mediante una vera e propria enciclopedia di simboli. Mitopoiesi profonda della psiche collettiva, strappata improvvisamente dalle braccia della natura-madre e messa tra gli arti meccanici e inospitali di una natura-matrigna. È vero che l’homo sapiens si abitua a tutto, e fra meno di cento anni questa mutazione starà dietro alle nostre spalle, ma per l’intanto viviamo sulla nostra pelle e nel nostro cuore, simile a una fibrillazione maligna, giorno dopo giorno, questa condizione. Da codesta realtà parte il nucleo motore dell’opera recente del nostro. Qui analizzeremo per scomparti tematici – umanoidi, animali, vegetali, paesaggi – i viaggi compiuti da questo enciclopedista nel regno delle ombre, alla ricerca del Sé. Alla ricerca del paradiso perduto dell’armonia della propria interiorità col mondo, per ritrovare il significato che va oltre la vita, la morte e il destino. Ma prima conviene una brevissima pausa. Con il premio Nobel della fisica Werner Heisemberg, uno dei padri della fisica quantistica, il quale nel suo libro “Natura e fisica moderna” (1957) additò come una nuvola nera il sopraggiungere della Technè. Rileggiamo queste pagine, che dovrebbero essere commentate nelle scuole... “Due millenni e mezzo fa, ad esempio, il cinese Chuang Tse parlava già dei pericoli derivanti all’uomo dall’uso delle macchine; ecco un passo dei suoi scritti importante per il nostro tema. «Quando Tse Cung giunse nel territorio a nord del fiume Han, vide un vecchio che stava lavorando nel suo orto. Questi aveva tracciato dei fossi per l’irrigazione; scendeva nel pozzo e ne riportava su fra le braccia un vaso pieno d’acqua che versava. Si affaticava straordinariamente e pur tuttavia non combinava molto. Disse allora Tse Cung: “Esiste un arnese col quale si possono irrigare in un sol giorno cento fossi. Con poca fatica si ottiene molto; non desiderate usarlo?” L’ortolano si drizzò, lo guardò e disse: “E cosa sarebbe?” Disse Tse Cung: “Si prende una leva di legno che dietro sia pesante e davanti leggera: in tal modo si può attingere l’acqua, come se zampillasse. Questo si chiama pozzo a trazione”. Allora al vecchio salì l’ira al volto, ed egli disse ridendo: “Ho udito dire dal mio maestro: se uno utilizza macchine, allora compie macchinalmente tutti i suoi atti; chi compie macchinalmente tutti i suoi atti, ha alla fine un cuor di macchina; ma se uno ha un cuore di macchina nel petto, perde la pura semplicità; uno che abbia perso la pura semplicità, diviene incerto nei moti del suo spirito; incertezza nei moti dello spirito è qualcosa di incompatibile con il vero Senso. Non che io non conosca tali cose, ma mi vergogno di applicarle”». Scossi dalla saggezza arcaica, semplice e lucidissima, di Tse Cung, ascoltiamo ancora la conclusione di Werner Heisemberg. “Ognuno di noi converrà che questo antico racconto contiene una notevole parte di verità; infatti «incertezza nei moti dello spirito » è forse una delle più centrate caratterizzazioni che noi possiamo dare della condizione umana nella crisi odierna. La tecnica, la macchina si sono diffuse nel mondo in una misura quale quel saggio cinese non poteva certo sospettare; eppure anche duemila anni più tardi sono nate sulla terra meravigliose opere d’arte e la semplicità dell’animo di cui parla il filosofo non è mai andata completamente perduta, ma nel corso dei secoli è apparsa ora più debole ora più forte ed è sempre ridiventata feconda”. Sussiste ancora questa “semplicità” oggi? Essendosi ormai sovrapposte e compattate insieme d’un tratto le età atomica, elettronica, informatica, cibernetica e satellitare? Possono sussistere dubbi.




Gli occhi non sono qui
Non ci sono occhi qui
In questa valle di stelle
morenti
In questa valle cava
in questa frana dei
nostri regni perduti

Thomas Stearn Eliot










    

    IL BOSCO DEL CIELO - Anno 2002
    Olio su CARTA, 102 x 71 cm. 








 






   LA GRANDE MADRE - Anno 1993
   Acrilico e olio su tela, 100 x 80 cm.


            

 

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    NEL QUADRO - Anno 1992
    Olio su carta, 100 x 70 cm.






 

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      FIGURA ALLO SPECCHIO  - Anno 1990
      Olio su tela, 188 x 95 cm.














 

 



 

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