13) La montagna sacra e il
“paesaggio-mondo”
Chi credesse che Rinaldi,
viaggiatore e enciclopedista degli aspetti del mondo infero, come fin qui si
è additato, poteva rimanere prigioniero dell’Ade da lui stesso creato, si
sbaglierebbe. La prova ci viene da alcuni bellissimi dipinti. Tema la
montagna sacra, datati verso il 2000. Questo tema più volte era già apparso
nei dipinti di alcuni anni prima: come caduta dell’eroe dalla montagna, come
vulcano, come rupe difficilissima da scalare, come sito di meditazione, o
luogo da cui sorgono le acque della conoscenza. Tutte visioni forti, piene
d’anima, emerse in una sorta di meditazione morale sul problema della vita.
La montagna gioca un ruolo importantissimo nella mistica di tutti e tempi e
di tutti i popoli. Basti citare il Sinai, il monte Tabor e quello degli
Ulivi degli Ebrei, il monte Meru degli Induisti, il Fujiama dello
scintoismo, l’Himalaja e altre vette del buddismo tibetano, nonché l’Olimpo
dei Greci. Sensibile a trecentosessanta gradi, Rinaldi non poteva nel suo
personale Ade fare solamente il paziente pellegrino. Condannato a una
coazione a ripetere, praticamente nell’ambito di varianti, sempre lo stesso
tema, somigliante, fosse l’immagine di un vegetale, di un animale o di un
tecno-ominide. Immagini omologhe da cui doveva uscire, con un salto di
qualità simbolica per acquisire all’immaginario uno spazio nuovo. Il che è
esattamente avvenuto. Vediamone alcune unghianti apparizioni. Si parte da La
montagna di Prometeo (1998). Una ironica visione (pag. 98), dove l’eroe non
appare mentre c’è la presenza di un uccello dal lungo becco che scruta
desideroso la grande montagna, ridotta a un masso acuminato e impraticabile.
La montagna degli Dei (1998) ci mostra la montagna sacra (pag. 101),
argentea ed elegante, troneggiante ergersi superba in alto. Presenta specie
di sei coperchi dentati, alternati e aderenti sul tronco piramidale,
sostenuta da una leggera base, come fosse su un piedestallo. Si tratta
esattamente di una visione magistrale della Montagna Cosmica, cioè il centro
del mondo. Onfalo, magico ombelico da cui si dipartono e si regolano le
forze dominanti tra cielo e terra. Segue il dipinto intitolato La montagna
di Dio (2002). Altro onfalo (pag. 121), forma scabra, inserito in un
contenitore filiforme, con foglie metalliche che si dipartono argentee dai
suoi fianchi. Per finire, L’incanto che appare (2003). Tela che mostra
anch’essa (pag. 102) l’abbinamento stretto tra vegetazione e la montagna,
elemento questo psichicamente favorevole come segnale di vitalità (nella
parte alta, assurdamente contraddetto dall’incombere, posta orizzontalmente,
di una forma greve, specie tra nuvola e carota, incombente e fornita di
pungenti spine). Tutte quante queste visioni, per incisività a bellezza,
indicano una lucida tensione verso l’evoluzione psichica, nel loro autore.
In particolare le figure complementari della discesa e della ascesa sono
accomunate nella strategia rivelatoria del simbolo. Strenua ricerca di un
punto fermo. Di un vero perno d’esistenza: appunto la montagna sacra. Vivida
apparizione interiore che, per sua intrinseca energia e presenza, apre a
sviluppi ulteriori. I quali si verificano puntualmente con una serie di
acuti lavori imperniati sul mitologema del “paesaggio-mondo”. Cioè di una
entità totalizzante sintesi della condizione e del destino comune. Che
descriva l’immagine profonda che appare all’inconscio circa l’odierna
esistenza collettiva. Che fotografi le fattezze dell’habitat morale causato
dall’estraniamento dalla Natura e sotto l’usbergo della Technè. Immagini
come sognate. Distillate sulle contraddizioni del vivere e sugli scontri sia
reali che endopsichici. Insomma: visioni che folgorano la parte razionale
dell’individuo, aprendolo non a un vuoto amorfo ” non-logos”, bensì a un
mithos germinante scavato per gradi. Scopriremo l’evoluzione di questo
“paesaggio-mondo” - prima timidissima poi emergente - scorrendo in
progressione una serie di dipinti, dal 1994 all’entrata nel nuovo millennio.
Ogni opera aggiunge aggettivi e avverbi al paesaggio. Il mondo altro (2003):
una visione aerea del mondo (pag. 105), tradotto in una specie di
bitorzoluto satellite, barocco e assurdo, fornito di antenne, posto in mezzo
a cinque piccolissimi astri. Il paesaggio della pioggia incantata (2003): è
una panoramica aerea di una specie di installazione metallica (pag. 107)
raffigurante un mondo in formazione, con tre piccole montagne mammellonate,
tre alberini spogli, due percorsi accidentati e, a guardia del tutto,
puntuti grandi aghi che si elevano dalla superficie delle acque inospitali.
L’isola del poeta (1994): commistione formale complessa, di un grosso corno
(pag. 106), allargatosi a lato in altre due specie di cime vulcaniche,
sostenuto nello spazio da due acuminati ganci, posto nell’instabilità
paradossale di un ambiente in cui misteriosamente si fondono il blu
dell’oceano con il blu originario della notte. Insomma un’isola, un rifugio,
una nicchia, per un poeta assai particolare... L’isola che appare (1997):
ben assestata nell’ovale (pag. 115) che presenta all’interno undici aculei,
l’isola ferrigna propone come un colloquio tra la montagna sacra e la
montagna vulcanica. In primo piano nove fori aggruppati e due percorsi ai
lati, segnalano un habitat ermetico e solitario, su questa piastra gelida e
fredda. La piastra la ritroviamo anche in L’isola del naufrago del sogno
(2000). Dipinto (pag. 108) che mostra spuntare da essa un albero, i cui rami
e le cui fronde disegnano un reticolare labirinto metallico, mentre lo
sfondo rumoreggia di un corrusco bailamme di colori vespertini. I laghi
misteriosi (2002), una magnifica sintesi (pag. 110) di elementi già
analizzati, strutturata in una forma organica compatta ed eloquente,
prevalentemente scultorea, che ricorda un fegato. L’organo predisposto alla
metabolizzazione, l’officina alchemica delle funzioni vitali. Possiamo
concludere questo nostro tortuoso viaggio nel “paesaggio-mondo”di Rinaldi
con due altre opere ricche di spunti. Sul fondo del sogno (2003) delinea
gustosamente la tipologia della precedente simbolica, ma “messa in rete”
(pag. 109), come si fosse in Internet. Oltre il paesaggio delle nuvole
(2003), è una abile visione (pag. 116) che architettonicamente addita una
fattezza di mondo costituita da strati diversi; quasi un labirinto
verticale, con centri focali ognuno a sé stante, posti su livelli
differenziati quindi mai convergenti: un mostrare una vera babele di
situazioni. Leggendo i caratteri formali della stretta comunicazione
iconografica, quanto fin qui descritto, indica nei mitologemi di Rinaldi con
la partecipazione emotiva una riflessione per così dire “filosofica” al
destino comune... Ne sono esempio quattro opere assai originali. In esse
egli ha proposto, con grande slancio lirico, la figura occultata della donna
con il burqa (pag. 11, pag. 122). Questo, “profeticamente”, già prima del
massacro delle Due Torri di New York. Nei tre lavori v’è la denuncia della
bestemmia contemporanea alla bellezza, libertà e umanità della donna. E
nello stesso tempo la trasfigurazione ferrigna, magica e misteriosa, in cui
si concentra emblematicamente una visione della prigionia dell’anima. Quindi
un evento concreto dell’orrore della storia e della società, il burqa, viene
impiegato e innalzato per costruire una icona di più forte e generale
potenziale emotivo. Questo lo può fare solo l’arte, non la sociologia. Per
cui, in definitiva, alle tante donne velate della tradizione pittorica
italiana, luminose creature diurne, si aggiungono ora anche queste
catafratte creature “metalliche”. All’inizio del millennio, con tocco abile,
ci portano nel regno della notte.
Nella conoscenza di sé stessi,
solo la discesa agli inferi,
può condurre all'aposteosi.
Immanuel Kant
LA MONTAGNA DI
PROMETEO
- Anno 1998
Acrilico e olio su tela, 97 x 137 cm.
LA PIOGGIA
INCANTATA - Anno 2002
Olio su carta, 100 x 70 cm.
LA MONTAGNA DEGLI DEI - Anno 1998
Acrilico e olio su tela, 100 x 80 cm.
L'INCANTO CHE APPARE - Anno 2003
Acrilico e olio su tela, 80 x 100 cm.