8.  LA METALLURGIA RITORNA NELLE
                                                                    PROFONDITA' TERRESTRI


 

Iniziamo con l’esaminare la realtà formale di questi oggetti. Senza dubbio essi sono costituiti di una materia ferrigna nuda e scabra, dura e affusolata. Ma questa specie di “età del ferro” si accoppia a una morfologia che può in particolare richiamare aspetti ossei o di natura (gemme, spine, ecc.). Dalla forma sempre irrazionale, questi oggetti non possono ovviamente essere mai assimilati a oggetti esistenti. Dunque una morfologia anomala, anche se talune parti possono ricordare strumenti, elementi tubolari, aspetti di macchine. Il carattere prevalente è non amichevole, come strumenti chirurgici o di tortura. Acquisito anche attraverso la natura ferrigna, il colore scuro, reso ancor più violento dai bagliori taglienti della luce, che ne coinvolge le zone arrotondate o appuntite. Presenze inamabili, la cui morfologia parla da sé. Commistione di aculei, forme scalari, elementi vulvo-fallici, griglie dentate, grucce, becchi, spatole puntute, e quant’altro. Ovviamente questo armamentario or più or meno è collegato all’idea di minaccia, di eventuale tortura e di terrore. Si potrebbe il tutto definire un sadomasochismo intrinseco. Ma esso è esibito con abile scioltezza e crudo realismo, senza mai alcun compiacimento. Il lato accattivante di questo “sistema” sta nell’aspetto magico di tali oggetti, nonché nella loro forza spaziale come presenza nuda e cruda. A latere si presenta talora un filone di oggetti dalle forme più “architettoniche”, mostrate nella loro evidenza stereometrica o attraverso angolazioni particolari, con tagli luministici nelle superfici che ne induriscono la tattilità. Alla base di tutta questa produzione c’è concisione, antiretorica, gusto dell’evidenza. Naturalmente l’abilità dell’autore sta nel produrre in queste immagini non facili una intrinseca bellezza. Soprattutto per il tonalismo che le pervade calibrato al millimetro. Il bruno-grigio, che compare come un leit motiv, ha una sonorità di fondo, una nobiltà percettiva dal punto di vista sensoriale, sicchè l’astrazione complessiva delle strutture si fonde con una sorvegliata organicità. A questo punto delle immagini va analizzato il carattere sadomasochistico. Detto carattere va collegato alla pulsione di morte, individuata da Sigmund Freud, e sempre presente nel processo vitale. È chiaro che tale pulsione è connessa nell’immaginario di Rinaldi a una visione “metallurgica”. Non si può allora negare che la crisi del mondo industriale, congiunta strettamente al pericolo di disastro ecologico, è una cosa ormai di dominio pubblico e sofferta dai singoli. Basti analizzare in tanti dipinti i fondi verdi maculati di umori scuri, per capire che siamo di fronte a una metafora della decadenza della materia, resa con abilità pittorica. Si veda ancora la numinosità giallastra, che fa da alone agli oggetti minacciosi, per comprenderne la sottolineatura. Un avvertimento riflettente una maligna e nefasta potenza che agisce su di noi. Ovviamente questi oggetti sono bivalenti: sadici perché ci feriscono intimamente, masochistici perché li usiamo e ne siamo attratti. Un cenno va fatto al dipinto intitolato Alchimie dell’anima (1990). Presenta il tipico simbolo della pietra sagomata come un cristallo, nascosta nelle viscere della terra. Detto simbolo rimanda a quello della petra genitrix e al concetto della terra mater, esattamente focalizzati da Mircea Eliade nel suo volume “Arti del metallo e alchimia”. Fondamentale saggio in cui viene analizzata sia la sessualizzazione degli utensili, sia la concezione embriologica dei minerali, caratteri specifici questi entrambi presenti nella iconografia rinaldiana, come contaminazione di sfere profonde e contigue. Si tratta infatti non di casualità, bensì di ricuperi mitopoietici. Dovuti al fatto che nella psiche non si perde nulla. Tutto rimane in oscurità profonde, immagazzinato e indisturbato. Per poi ritornare a galla – uscendo dall’inconscio collettivo – allorquando una esigenza vitale lo richiama. Con l’artista che è solo un tramite, sensibilissimo, attento d’orecchio al richiamo. Necessario a questo punto un cenno all’habitat dell’artista. Perché tale poetica che potremmo denominare l’“arcaico metallurgico”? In primo luogo non si può dimenticare l’importanza, tuttora presente, di una cultura industriale in materia radicata nel Bresciano. Non solo l’attuale industria metallurgica, considerata tra le più importanti d’Europa, bensì soprattutto quella tradizione mineraria e fabbrile preistorica risalente fino ai Camuni. Per altro verso il fattore sadomasochistico risale alla cultura popolare. Assai diffuso nell’ambiente cattolico locale, fin dalla Controriforma, è ritrovabile in ambiente chiesastico in fattezze come San Sebastiano, il Sacro Cuore trafitto dalla corona di spine e simili temi. Pertanto l’immaginario di un singolo artista ha bisogno di appoggio, si radica meglio quando assume materiali già assimilati, entrati nell’incoscio, trasformandoli. Due gli elementi in rapporto in questi lavori: terrosità e ferrosità. Nella fase primaria delle culture il ferro era considerato di origine ctonia o infernale (basti pensare al dio Vulcano); metallo profano – opposto all’oro – era simbolo della forza dura, oscura e impura. Così la civiltà egizia lo aborriva, perché identificato con le ossa di Seth, divinità delle tenebre. In parallelo gli Ebrei proibirono persino strumenti in ferro nella costruzione del tempio di Salomone. Nell’islamismo il ferro è visto come potere del male, mentre l’induismo ha il kali-yuga, l’era del ferro e dell’oscurità, che è la quarta, l’ultima dei cicli di manifestazione, addirittura identificata con l’era attuale. Detto panorama addita in Rinaldi una innata sensibilità rabdomantica, nel sapersi congiungere inconsciamente a valori del passato, apparentemente perduti. D’altro canto la sua costituzione psicologica di tipo alchemico si congiunge perfettamente al rapporto tra metalli e alchimia . La quale immaginava i metalli fermentare nella terra – una trasformazione e trasmutazione, quindi rigenerazione - con un processo simboleggiante le idee cicliche e l’eterno ritorno. La valenza di questa visione metallurgica rientra anche nell’arte moderna. Fa parte della metamorfosi dell’oggetto; e al proposito si possono fare più nomi, da Marcel Duchamp a Conrad Klapeck allo scultore César. Circa il transfert oggettivo che l’oggetto metallurgico produce, come metodologia di rivelazione di una condizione umana, al di là del feticismo corrente, basta ricordare la valenza intrinseca dei metalli. In quanto simboli di energia sono stati assimilati da Jung alla libidine (sul piano consumistico e di massa, c’è l’esempio probante del mito automobilistico e motoristico). Infatti il loro carattere sotterraneo li associa ai desideri sessuali, la cui sublimazione è assimilabile alla trasmutazione del più vile metallo in oro. Concludiamo questo tema con una domanda: surrealismo o “iperrealismo dell’anima”? Preferisco la seconda definizione, in quanto nel surrealismo è stato sempre introdotto di tutto, visto come “sub realtà”, cioè sotto realtà. In concreto la dizione di iperrealismo dell’oggetto tende invece a radicalizzare all’eccesso la visione etica, eliminando il filtro dell’emozione e sentimento, cancellando il gioco dello stupore, rendendo tale oggetto per così dire assolutamente “iperfotografico”. Quindi vero. Cioè tattilmente incontrovertibile, benché assurdo. Procedura per cui il fantasma simbolico che si ha davanti, collutta direttamente con l’Io profondo dello spettatore fruitore. Preso alle strette, inconsapevole, abituato a vivere nelle lande opache della quotidianità questo spettatore deve accettare d’un colpo se esserne ferito, oppure deve rifiutare l’oggetto metallurgico e la prova. In mezzo c’è la sua anima. L’eticità dell’immagine dipinta sta appunto nel proporre questa sfida. Sfida che l’esteticità conferita nel dipinto, alletta l’occhio e lo spirito.







L'alchimia insegna che la generazione dei metalli è
avvenuta nel grembo oscuro della terra, sotto
l'influsso dei sette pianeti, cioè del sole, della luna e
dei cinque pianeti visibili a occhio nudo.

Titus Burckhardt



La definizione dell'uomo
è la definizione della sua anima.

Aristotele








 










    

    IL DESIDERIO DI ERMENGARDA
    Anno 1990 - Olio su tela, 160 x 162 cm. 








 






   GEOMETRIE SENZA TITOLO - Anno 1989
   Olio su tela, 158 x 205 cm.


            

 

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    ICARO - Anno 1989
    Olio su tela, 171 x 302 cm.

 

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      INGANNO INFINITO  - Anno 1990
      Olio su tela, 100 x 100 cm.














 

 



 

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