5. L'IDENTITA' COME LABIRINTO
LA TEMPESTA - Anno 1984
Olio su tela, 170 x 196 cm.
L'IDOLO -
Anno 1985
Olio su tela, 120 x 100 cm.
Il problema dell’identità è
centrale per gli artisti degli ultimi due secoli. Prima della nascita della
fotografia raffigurare il mondo o sé stessi non costituiva affatto per essi
un vero problema. Non c’era concorrenza. Con le avanguardie del Novecento,
se il mondo è stato raffigurato in mille maniere, ancora più problematico è
divenuto per l’artista il quesito del conoscere il “chi sono” e
raffigurarsi. Così il contesto “terremotato” e il dubbio metodico investono
da allora la sua stessa personalità.
Questa interrogazione sulla propria identità, si riflette anche nel lavoro
di Rinaldi. Dopo un primo autoritratto quasi adolescenziale, dai colori
passionali e rosseggianti, dei suoi inizi, passiamo nel 1981 a una immagine
tersa, più adulta, tranquilla e riflessiva, un ritratto (pag. 18) delicato
mediante una stesura raffinata di morbido celeste. Solo due anni dopo la
situazione seccamente si capovolge. Seduta su una seggiola (pag. 143) sta
una figura deformata; gonfiezze nel corpo e dure concavità sul viso; un
contrappunto cromatico e lineare basato su stringenti contrasti. Occhi
abbuiati, inflazione corporea, anti-grazioso. Addirittura qualcosa di
femminile visibile nell’espressione: dimostrazione di quel regressus ad
uterum di cui si è detto.
Perché tutto questo? In tale opera in un certo senso autocritica, come
costruita a scatti, si scorgono proprio quei viluppi, quelle anse organiche,
sapientemente tratteggiate, quei rigonfiamenti che pochi mesi dopo
prenderanno piede nella visione e nella nuova concezione plastica
dell’autore. Si tratta del distacco dall’io fisico e del viaggio verso l’io
profondo. La cui nascita avverrà, come vedremo, per gradi, per
approfondimenti d’immagine, paralleli al percorso interiore.
Il 1985, come impegno e come risultati, è un anno d’oro per il nostro. Circa
l’identità dell’io, tema divenuto centrale, Rinaldi lavora a dipinti in cui
si susseguono metafore, simbologie, che a posteriori si dimostreranno ricche
di humus. Qualche esempio mostrerà questo impegno. La figura di Caronte
(pag. 37), traghettatore infernale, la vediamo col remo in mano e quattro
anime in alto, appese per la testa, in uno sfondo impervio di montagne.
Questo frastagliato Ade vivacemente crudele, molto incisivo come atmosfera,
è certamente il preannuncio del ciclo di opere degli anni Novanta ed oltre,
in cui l’artista descriverà iterativamente paesaggi desolati, esseri
vegetali e strani animali, lacerti d’umanità. Una popolazione scandita,
indifferenziata, pullulante e proliferante in un vero Sotterraneo
dell’Anima.
Cambiamento di contenuto ma non di immagine, la medesima entità dal viso
ovalizzato ecco che la ritroviamo in L’idolo (pag. 35). Laddove la gelida
figura bianca attorniata dai guizzi potenti di un “fuoco caldo-freddo” viene
tradotta in un atteggiamento orante: viso e corpo intenso che si eleva da
una colonna classica. Commistione laica e scatto, di una icona a carattere
mistico con un emblema fondante la civiltà dell’Occidente. Desiderio di
additare un conflitto storico-esistenziale, che riguarda il destino dello
spirito del tempo. Dove andiamo? Quest’altro dipinto sembra dare una
risposta. Andiamo verso un destino visto come assurdo, stiamo compiendo un
tuffo paradossale e drammatico. Questo si evince proprio dalla scena
paradossale intitolata Il bagno notturno (pag. 38). Si tratta di una figura
laterale che si tuffa con un guizzo non in un oceano di conoscenza, bensì
dentro un prosaico parquet, i cui i tasselli lignei a zig zag mimano con
sottile ironia la forma delle onde.
La drammaticità di questa condizione senza sbocco è eloquentemente
sottolineata: una lampada posta al centro, che oscilla come un pendolo, in
un mondo terribilmente buio. A contorno, una gamba che cade dall’alto e un
torso femminile ignudo, sono frammenti scanditi di una umanità scissa.
Certamente questo “bagno notturno” può ricordare i “bagni” dechirichiani; ma
c’è la diversità sostanziale che codeste sono “vacanze” ben più tragiche,
per la loro insensatezza e assenza di ironia.
Tutte opere decisivamente impegnate, abbiamo detto, queste del 1985. Come Il
cacciatore Gracco (pag. 12), ispirata da un racconto di Franz Kafka
localizzato sul lago di Garda, luogo dove Kafka narra che era caduto da una
roccia, uccidendosi, un cacciatore con quel nome. Si tratta del tema della
“caduta”, vista in senso esistenziale e morale. Il dipinto è veramente bello
e dimostra una notevole sapienza compositiva di sintesi.
La figura ha una sua logica dimensionale, così costruita com’è attraverso
tre ipotetici cerchi, dalla testa alle gambe. Essa è immaginata nell’atto
della “caduta”, come a volere indicare un peccato originale, una
trasgressione da una norma superiore. La barca che allude al lago è
l’individuazione simbolica del sesso femminile, e quindi dell’utero. Dunque:
una “nascita” metaforica. In primo piano ecco il fallico arbusto che acuto
si piega, come a chiudere la scena. Il taglio sconnesso delle prospettive è
trattato in una dinamica quasi rotatoria. Dinamica potenziata dalla folgore
gialla, guizzo rapido e serpentino nel cielo. Il pertugio spaziale, che
s’apre superiormente, sembra un accenno a un futuro poco individuabile.
Un racconto metaforico, questo del cacciatore Gracco. Ben svincolato da
quanto può essere illustrativo. L’anno 1985 si chiude con Juliette (pag.
39), nudo femminile seduto. Assai monumentale e insieme allegro per
luminismi e un fondo molto lavorato, presenta in alto l’elemento che dà
scompiglio e turbamento: due folgori scattanti, una a destra e l’altra a
sinistra. Il fulmine, nella simbolica dello spirito, indica tra l’altro
illuminazione spirituale, la discesa del potere, l’iniziazione.
Perché le folgori? Gli elementi simbolici che dal punto di vista razionale
appaiono incongrui – si parla spesso perciò di surrealtà – sono invece la
presenza di una evoluzione nella psiche profonda, dentro quell’iter chiamato
“individuazione”. Momento in cui la parte cosciente a mano a mano assimila e
si poggia sulla parte inconscia. Perciò chi attua la propria individuazione
– l’ha additato per primo lo psicanalista Carl Gustav Jung – diviene
veggente di una realtà più completa, che sostanzia indissolubilmente la sua
personalità.
Anche le opere del 1986 appaiono particolarmente indicative di uno scavo
simbolico, notevoli per tematica originalissima. L’iniziazione appare in due
opere: Il portatore di luce (pag. 47), una figura maschile inserita in una
spirale da cui si dipartono sette raggi di luce; La montagna incantata (pag.
49), quadruplice insieme di creste montuose, contornate sulle punte dalle
stelline della Paramount, orientate come i quattro punti cardinali. Si
tratta qui del simbolo della quaternità, che Jung ha studiato e additato
come annuncio del divino in senso superiore. Non per niente La montagna
degli Dei (pag. 40), altro grande dipinto, ci mostra la cuspide nerissima
del monte sacro, attorniata dalle stesse stelline e il corpo montagnoso
sulfureo ravvivato da repentini guizzi di fuoco. Una omologia di questa
situazione è raffigurata ne Il vulcano (pag. 51). Opera di grossa icasticità.
Dato che è costruita da un gelido viso bianchissimo, coricato in fondo,
avente lo sdoppiamento degli occhi a destra e a sinistra (come dire, chi
vede sia il conscio sia l’inconscio). Ecco dall’unica bocca, a mo’ di
fontana, scaturisce in alto fortemente un doppio getto di roventissima lava.
Essa finisce nello strato superiore in una aura luminosissima, di color
arancio, assimilabile all’aura degli angeli già esaminati. Si tratta, in
questa fase creativa, di uno scandaglio. Di un potente preannuncio, volto
all’Ade dello spirito, alla telluricità primigenia che sarà esplorata.
Lo dimostrano altri due bei dipinti: Paesaggio con vortice (pag. 43),
giocato su fasce cromatiche contrastanti, luminose e buie, calde e fredde,
sinuose e rettilinee, una specie di controllato fracasso formale; e Alla
vista del lago (pag. 42), dove il lago-fiume blu è un lungo difficoltoso
percorso che conduce alla fine a un piccolo occhio nel cielo, allusione all’irragiungibile
assoluto: il tutto in un ambiente di rostrati dominanti picchi incombenti.
Questo espressionismo figurale presenta una attenuazione in altre tre opere.
Il porto del poeta (pag. 41), ci mostra l’artista dentro la densità calda e
carboniosa del suo habitat passionale, visto come immersione; Il musico, è
un alto Adamo ignudo che suona un lungo piffero tra le volute e le imponenti
correnti sotterranee delle sue proprie pulsioni che lo imprigionano; infine
Autopittore (pag. 44), prende le forme di un viso allungato come quello
dell’idolo; l’immagine della ricerca del logos, del senso, accentuato dalle
criptiche lettere di un alfabeto sconosciuto alitanti verso l’alto. Figura
potenziata da una dentellata, puntuta e scalare, griglia bianca. Annuncio
dell’arrivo di una componente sadica.
“L’oggetto che somiglia soltanto a sé stesso non ha realtà”, ha scritto
lucidamente il surrealista Hans Bellmer. E qui si dimostra che ciò è vero,
proprio per gli autoritratti di Rinaldi ora analizzati. Partiti dal normale
elemento fisionomico, a mano a mano essi sono giunti a focalizzare non le
sue fattezze quanto il suo programma d’anima. A svelare elementi profondi,
segreti, meandri già insiti, pronti a definirsi come vedremo nell’ulteriore
sviluppo pittorico. Da sottolineare che la nozione di identità, in questo
momento, per Rinaldi, ci appare uguale a quella di labirinto, dove complessi
ed archetipi non hanno ancora una loro propria mappa.
Riccardo Barletta
CARONTE - Anno 1985
Olio su tela, 102 x 100 cm.
JULIETTE - Anno 1983
Olio su tavola, 120 x 60 cm.
IL BAGNO NOTTURNO
- 1985
Olio su tela, 117 x 151 cm.