2. L'ARTISTA  E  IL  SUO  TEMPO






 


     IL CACCIATORE GRACCO - Anno 1995
    Olio su tela, 173 x 201 cm. 






















   NATURA MORTA con gesso - Anno 1979-80
   Olio su tela, 100 x 80 cm.


            

 

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Ogni artista fa parte del suo tempo, ma anche lascia qualcosa al suo tempo. Poi il tempo corre e passa – anni e stagioni, giorni dopo giorni – e se si riguarda indietro ecco che l’artista viene incasellato finalmente nella trama di vita individuale e collettiva del suo operare. Si capisce meglio che cosa veramente fece, nel bene e nel male. Con orizzonte più allargato, si esaltano pregi poco capiti, nonché si diminuiscono virtù, comprendendo che esse furono legate alla moda. Anche il successo viene ridimensionato. Ne esce un artista nuovo. Ma soprattutto è possibile comprendere quale fu l’apporto di stile, di emozione, di pensiero che egli dette, dalla sua postazione di vita, al suo tempo.
L’arte è infatti una scommessa col tempo. Il tempo non bara mai e l’arte da esso riceve una trasparenza più limpida e più definitiva. Alla fine, nella sostanza, l’arte altro non è che “tempo consolidato”: ovviamente in parole, suoni, costruzioni, immagini bi e tridimensionali. Aveva perfettamente ragione lo scrittore André Malraux a definire l’arte come “moneta dell’assoluto”, perché in essa passa il tempo sia finito che infinito. Ciò vale per un graffito nelle caverne preistoriche e parimenti per un dipinto di Picasso. L’arte nasce dalla storia ma va oltre la storia, la sua rilettura è infatti un moto perpetuo di infinite valenze ed emozioni, che non avrà mai fine finchè ci sarà un uomo a leggerla.
Questa monografia è dedicata ad una artista ancor giovane: ora cinquantenne. La sua storia artistica ha una sequenza notevole. Egli però non aveva mai avuto uno studio critico o ermeneutico che configurasse il suo percorso pittorico, intrapreso fin da quando era molto giovane. Basta vedere un suo precoce autoritratto (pag. 127), per conoscere oggi quasi un ragazzino. Come valutare questo apporto? Franco Rinaldi, per quanto fin dalle prime armi immerso e attento a quanto avveniva nel mondo dell’arte, ha percorso un suo personale iter autonomo: costruzione di un suo proprio mondo figurativo, di una innovativa tematica simbolica, di un suo giudizio sulla società storica. Lavoro assiduo e faticoso, tenacemente implicato a puntualizzare i problematici sembianti dell’“esserci” contemporaneo.
Rinaldi non ha praticato, seguendo il proprio istinto, il nomadismo tra ismi, tendenze e sperimentalismi, con quella nevrosi dispersiva che ha caratterizzato molti suoi colleghi. Egli è definibile “una formica nomade”; formica nomade ma dentro la propria interiorità, dentro il proprio inconscio. Il quale, oscuramente con pressione incombente, gli ha dettato e imposto via via le salite e le discese, le svolte e le fermate. Questa scelta solitaria e coraggiosa va compresa, dato che il suo apporto alla pittura degli ultimi decenni del Novecento e all’oggi è sicuramente notevole.
Ora questa monografia arriva oggi per tirare le somme di più di trenta anni di lavoro. Anni in cui Rinaldi ha effettuato numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, ha svolto l’attività di xilografo, sperimentando in parallelo il campo della ceramica e della scultura. Tutto ciò ottenendo l’approvazione di due importanti critici, come Roberto Sanesi e Arturo Schwarz. Nonché, non ho difficoltà a trascriverlo, il mio personale continuo contributo di analisi e di consigli, oltre che di scritti, fin dal 1986. La stessa attenzione di collezionisti su di lui è stata positiva, in ogni suo periodo stilistico. Il suo essere appartato l’ha favorito nell’irrobustire i suoi contenuti.
Tuttavia la sua personalità andava finalmente focalizzata, disegnata, dato che al piacere di una pittura accurata e intensa, bisogna aggiungere la capacità di sviluppare una tematica incisiva, non oscura ma comunque difficile, estremamente individuale. Priva di concessioni al piacevole o all’ovvio. Battuta e ribattuta questa tematica rinaldiana come un leit motiv in una produzione ricca di pezzi, essa si presenta da una parte secondo un registro visionario e dall’altra secondo un impulso etico. Insomma si tratta di una visionarietà esistenziale, un diario di ombre del sottosuolo, una spirale di estinzioni e risorgenze, sensibili trasalimenti eccitati tra le corde del lirico, del drammatico e del magico. E non tutti i palati ne sono abituati... poichè un mondo umbratile sembra un paesaggio sussultorio più adatto alle ansie che alle sicurezze formali. Un mondo nuovo. Ma lucido, conseguente alla massima del filosofo Heidegger, per il quale “il disvelarsi ama nascondersi”.
Come si situa l’opera di Rinaldi nel panorama contemporaneo? Quale è il suo nucleo originale? Quale lo sviluppo che potrà avere questa produzione nel terzo millennio? Domande che richiedono di svolgere una analisi dei transiti. Una registrazione dei conflitti. Per giungere alla sintesi di questa personalità di ricercatore, viaggiatore indefesso nelle pieghe della condizione umana occulta, che riguarda l’anima sofferente di noi tutti. Viandanti nella modernità. Individui con alle spalle la vacanziera Belle Époque e le sue propaggini. Testimoni della svolta massificata, dopo i due immani conflitti, degli ultimi cinquanta anni del Novecento.
Proprio da questa piattaforma, socialmente contrastata alle spalle, parte Franco Rinaldi, che nasce nel 1954 e che entra nell’avventura artistica venti anni dopo. Quindi con la Guerra Fredda e il pericolo atomico; quindi con la spinta brutale dell’industrializzazione e il conseguente stupro della Natura. E nell’arte, lui giovanissimo e indifeso, vive l’inatteso schiaffo della Pop Art americana, seguita dal lento declino dell’arte autoctona europea. Brescia – urbs con antichità romane e una storia rinascimentale prestigiosa, priva di un vero apporto nell’arte moderna, tranne il collezionista Guglielmo Achille Cavellini, poi diventato artista d’avanguardia negli ultimi anni di vita – questa operosa città lombarda per questo giovane sensibile – nel momento della sua formazione Milano toccava l’apice da capitale dell’arte moderna – non poteva che essere avvertita come “periferia”. Franco era un osservatore un po’ distaccato della diatriba tra astratti e figurativi, tra astrattisti geometrici e astrattisti organici, tra sperimentalisti della “non pittura”, legati alla violenza fenomenologica dell’oggetto nudo e crudo. Troppi percorsi, magari intrinsecamente validi, benché agli antipodi.
In quell’orizzonte così ricco di conflitti estetici si comprende la difficoltà iniziale, la necessità di come Rinaldi dovette farsi le ossa. Mettere dei punti fermi: non per una scelta stilistica derivata dalla tradizione, ma per una difesa anzitutto del mestiere. Poi per raggiungere via via dei punti fermi nella simbolica: per declinare autonomamente la propria tematica, esplorando l’immaginario, raccontando qualcosa che valesse la pena di diventare “memoria”. O meglio alogica sequenza di immagini del vissuto profondo. Quel giovane non sapeva, allora, che il suo futuro l’avrebbe portato a delineare una trama serrata, sincopati sembianti proteiformi dell’oggi. Seguì la sua voce interna.

Riccardo Barletta

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