| Franco Rinaldi |
| BRAMBATI Arte - Associazione Culturale |
| MOSTRA PERSONALE in
VAPRIO D'ADDA (MI) dal 16 dicembre 2001 al 13 Gennaio 2002 |

| IL SOGNO,
L’ELISIR MORTIX E L’ANIMA MUNDI
Da ben oltre dieci anni seguo Franco Rinaldi e la sua passione a prova di bomba atomica - sia nucleare che all'uranio - per l'arte. Ne ho scritto ampiamente più volte. Egli ormai, è un artista maturo, con molte frecce al proprio arco. Un mondo "suo", definito, e ripercorso in continuazione e con sofferenza in tutti gli angoli, dato che la sua è una personalità creativa tendente all'autoflagellazione. In ogni caso, una voce che esce dal coro conformistico. Preferisco, per questa mostra così ben calibrata, incisiva, appuntare alcuni flash su di lui. Carl Gustav Jung dal 1935, dopo quindici anni di studio, ripropose l’alchimia all'attenzione generale, in una nuova prospettiva. Egli affermò, e dimostrò, le seguenti cose (che oggi hanno una approvazione globale). Il simbolismo che si produce in sogni e allucinazioni di pazienti nell’ambito mentale è analogo al simbolismo alchemico. Si tratta quindi di un’ omologazione funzionale. Al livello rituale o mistico l’alchimista riceve un’ “iniziazione”, che è una reintegrazione spirituale. Lo stesso avviene per il paziente che ha sogni di tipo alchemico, sul piano di una reintegrazione psichica. C'è dunque un processo simbolico o ermetico il quale, per la stessa via, porta a un processo di sviluppo. In particolare, l’immortalità ricercata dagli alchimisti (elíxir vitae) corrisponde, al livello psicologico, al processo di individuazione. Processo, relativo all'individuo, in cui nel Sé si attua, finalmente e a fatica, l'integrazione del conscio e dell'inconscio. Rinaldi, per parte sua è in tutta la sua esistenza da pittore che ha sogni ricorrenti di tipo alchemico: ma sicuramente diurni. Divenuti quadri, incisioni, disegni, stampi e persino qualche scultura. Iterati e rimodificati, con l’accanimento da affetto di bulimia onirica. Come de Chirico sognava di andare nelle piazze d'Italia, Rinaldi sogna le piazze del sottosuolo. E anche gli scantinati della natura. Il suo elisir è dar forma a ciò che é indistinto, inespresso, ridotto ai margini, profondamente occulto e occultato. Tutto questo materiale lui, con grande partecipazione, lo riveste di un senso magico, dovuto al colore tagliente ed eclatante, all'atmosfera che accoglie i brividi della notte. Per cui poi avviene il miracolo: quello che fenomenologicamente nonché tematicamente è elixir mortis ci appare, nella trasmutazione estetica, elixir vitae. Il sottofondo di tipo alchemico, in artisti rari come Franco Rinaldi poco attento, volutamente alle mode artistiche, produce una costruzione progressiva di archetipi. Essi vengono messi a punto, e via via integrati tra di loro, in una logica per niente programmatica, razionalmente. Una logica empirica, organicamente disposta sulle due strade parallele della morfogenesi (costruzione concatenata dall'immagine, da forma a forma) e dell'ontogenesi (messa a punto delle strutture vitali fondanti). Condizionato dalla sua seminale posizione di partenza - ma il cui sviluppo gli comunque sempre ignoto - questo tipo di artista si struttura secondo le leggi dell’archetipologia umana. Archetipologia: una mappa di assoluti, che riguarda l'anima e lo spirito. Un’ enciclopedia di eventi cardine, di immagini primarie, di origine sia collettiva che individuale. Costituita, oltre che dall'alchimia, dai miti, d alle favole, dalle religioni, dalle esperienze mistiche o di gnosi. Insomma: un grandissimo materiale di conoscenza. Una specie di DNA collettivo, polveroso, dimenticato, sparso qua e là, nei sottoscala del bios. Rinaldi, al proposito, attua una commistione anomala tra etnie di simboli che vanno da quelli legati alla natura a quelli del mondo artificiale, da quelli metaforicamente sessuali a quelli della metallurgia, da quelli di una specie di embriologia animale a quelli di una architetturalità dura e impraticabile. Insomma un rimescolamento di carte rispetto ai parametri correnti e alle mappe della cultura ufficiale. Non una fuga, bensì uno sviamento, uno slittamento, uno scavalcamento. Questo “fare” può assumere il carattere del gioco estetico, ma implica non necessariamente un giudizio morale - mai moralistico - sul destino del mondo. L'osmosi confusiva dei piani dell’essere genera ansia, instabilità. Ma nello stesso tempo crea in noi la coscienza del dover capire, senza fermarci soddisfatti al carnevale delle apparenze. Proprio per questa via surrealistica, Rinaldi risale a una poetica liberatoria. L'anestesia rispetto alla visione corrente provoca un coma al razionale e precipita nei gorghi dell’alogico. Ed è proprio lì che bisogna riimparare a nuotare ... cioè a saper leggere il simbolo, liberato della sua scorza e dalla cristallizzazione coatta. Certamente scoprire e additare ciò, da parte di Rinaldi, è un lavoro arduo, incessante, testardo e intenso. Lavoro che oggi è riuscito a sviluppare - formica impugnante il pennello - con ottimi originali risultati lirici e poetici, benché sempre di non facile approccio per lo spettatore comune. Esaminiamo qualche dipinto, acchiappando i simboli graziosamente per la coda … L'acrobata ( 1996 / 97 ) - Ci mostra l'Entità Vitale - ferrigna e dura, ma con una forma scura che ricorda l' amichevole michetta di pane - appesa precariamente a un pirolino. Questo è assurdamente posto su un arco che non ha sostegni. Le due scale, ai lati, indicano due soluzioni, due possibilità, due vie. Come non vedere nell'enigma irrisolvibile il significato di quest'opera, nonché la tipologia della vita stessa? Eppure il conflitto tra “corposo” centrale e “sottile” in alto e ai lati, è il metafisico risultato di una teatralità formale e cromatica. Spinta al minimalistico, potenzia il suo impatto critico sul reale. Suono mistico ( 1992 ) - E' un guizzare di dieci canne. Quasi aereo animale decapodo, in un cosmo abbuiato, brumoso e brulicante di sottili chiavi di violino. Forme perforanti il riguardante, che vorrebbe godere ma non può di un blu dolce e suadente. Egli tende l’orecchio del pensiero... Però nessun suono! Ovvero: il suono del silenzio. Albero movimento suono ( 1998 ) - Come un signore medievale, egemone, vestito di corazza, l'Albero-trachea sbatte le sue otto braccia palmate. Ed emette suoni caldi e rapidamente frastagliati, dai tre altoparlanti-vagina. Festosità di una sindone riccamente sanguigna, Paradiso dell’infra-corpo. Grande fiore ( 2001 ) - Antropizzato, il Grande Fiore danza con un corpo sottilissimo divenuto strumento flautato di dodici canne. Lo contornano i lacerti di realtà, brandelli sbocconcellati nello spazio, fatti di terra e di acqua e di luce. Frammenti di un limbo al di là del bene e del male. Perforante ironia, collegata alla sessualità (il calice del fiore) del viso, tuttavia inespressivo per le orbite cieche. Ararat ( 1997 ) - Metafora del mondo: mondo globalizzato? Forse. Certo mondo duro, compatto, indiscutibile. Mondo organizzato che mostra i metallici marsupi che come sanguisughe lo contornano. Bisacce fredde e chiuse, in cui le etnie umane stanno aggrappate, in una scalata senza esito. Nessun rapporto, nessun dialogo. Tutte separate, ognuna al proprio livello, o basso, o alto, o intermedio. Staticità e gerarchia. Una scalata dell' Arca di Noè senza esito. In una atmosfera assolutamente, inderogabilmente, glaciale. Ritratto altro, l'afghana (2000) - L'anima celata l'afghana (2001) - Due dipinti quasi "profetici" di una storia contemporanea.. Entrambi precedenti al massacro delle Due Torri di New York. Creati quando l'opinione pubblica mondiale non aveva ancora messo sotto il faro mediatico l' Afghanistan. Qui si tratta di un laser psico-estetico di Rinaldi. Il mito d'Oriente, la donna prigioniera del burqa, vengono trasformati in essenziali segni. Stridente elegia al mistero che non è più. Forte denuncia della bestemmia contemporanea alla bellezza, alla libertà, all'umanità. Ironia che si tramuta in dramma configgente. Insomma: ancora una donna velata che ritorna nella storia dell'arte. Il paesaggio del sogno ( 2001 ), Quale sogno? E’ sogno se il paesaggio dei mondo ci appare come una lunga colata di ferro, che si rapprende spappolandosi in molteplici forme? Magmi raffreddati, dalle sembianze di monti, di pianure, di valli e di colline? Baratri fessurati, vuoti perforati e perforanti? E’ un sogno, si. Affascinante, quanto terribile. Un mondo senza umani, grandemente dilatato e quasi cosmico. Eppure quest'uomo che non c'è - ma vi è sottinteso - può solo percorrere una incertissima e pericolosa passerella. Tra i picchi mammellonati, in un terrigno destino supervuoto. Fatto di labirintica, silente, solitudine. Questa iconografia lucidamente captata e concentrata, descritta in pochi quadri, è si elixir mortis, ma insieme sintomo della morte dell'anima per l'uomo attuale. Colui che ha perso quella che gli antichi, saggiamente, denominavano anima mundi. RICCARDO BARLETTA Milano, 11 novembre 2001 |
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